Il Principe

di Leonardo Morlino

Alla fine, la pandemia ha influenzato il voto?

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

 Diversi mesi prima delle elezioni regionali e del referendum, il 20 e 21 settembre, l’attesa era che la pandemia avesse un effetto catalizzatore sia nel breve che nel medio periodo (ne avevo scritto già in aprile: https://fchub.it/limpatto-della-pandemia-sulla-democrazia/). 

Come è noto, la catalisi è una reazione chimica in cui per effetto dell’intervento di una sostanza, il catalizzatore (nel nostro caso, la pandemia), la velocità di una reazione chimica viene accelerata o anche rallentata producendo anche una trasformazione.

L’impatto catalizzatore della pandemia, come shock esterno, è ovviamente selettivo. Le conseguenze attese, e che in parte stanno effettivamente avvenendo, riguardano e riguarderanno il settore pubblico (dimensioni e ruolo), il sistema sanitario, il conflitto centro/periferia, la presenza e diffusione della corruzione, la crescita delle disuguaglianze, il primato della sicurezza sulle libertà, l’efficienza dello stato, la quasi-scomparsa dall’agenda politica di fenomeni precedentemente ritenuti ‘caldi’, come l’immigrazione.

La pandemia accelera o. comunque, incide sulle tendenze in atto negli ambiti appena indicati.  Dal punto di vista del cittadino, poi, la pandemia comporta reazioni all’incertezza e alla paura che provoca nelle persone e talora si cerca di esorcizzarla semplicisticamente negandola.

Se, a questo punto, ci chiediamo quale siano state le conseguenze politiche di questo drammatico shock esterno sulle elezioni di settembre, vi sono pochi dubbi che il successo di presidenti uscenti come De Luca in Campania, Emiliano in Puglia, Zaia in Veneto, e anche Toti si deve proprio alle capacità di governo evidenziate con la pandemia. Ricerche e sondaggi di questi giorni riportano questo effetto con evidenza.

Ma il successo di Giani in Toscana sembra suggerire qualcosa di più. Ovvero lo shock esterno sembra avere spinto l’elettore alla moderazione. Cosicché alla fine vi è stato un effetto di depolarizzazione della competizione politica. Le incertezze, i timori causati dalla pandemia hanno indotto probabilmente a votare per il candidato più noto e, quindi, più affidabile, più sicuro.

Se questa ipotesi fosse corretta, l’impatto catalizzatore avrebbe fatto emergere l’importanza del governare con efficienza e al tempo stesso la riluttanza ad affrontare tutte le incognite derivanti dal cambiamento, esclusi ovviamente i casi in cui sono stati gli stessi partiti che a fare autogol, come potrebbe essere avvenuto nelle Marche con la non ricandidatura del presidente uscente, oltre al mancato accordo tra PD e M5S. 

Se si prendesse atto a livello politico dell’effetto di depolarizzazione, l’ulteriore conseguenza sarebbe non solo un rafforzamento oggettivo del governo, ma anche un rafforzamento della componente governativa del M5S a scapito di quella movimentista, ad esempio rappresentata dalle posizioni di Di Battista. Un effetto collaterale potrebbe essere quello di porre fine alla maggiore anomalia di quel partito ovvero la proprietà privata della piattaforma Rousseau, cioè dello strumento principale di comunicazione con votanti e simpatizzanti.

Se questa tendenza fosse solo una conseguenza della pandemia, potrebbe scomparire insieme alla scomparsa della stessa e, dunque, essere stato un fenomeno congiunturale. Se, però, gli elettori vedessero i vantaggi della moderazione constatando una maggiore efficienza decisionale, potrebbe anche esserci una possibilità che la tendenza si stabilizzi facendo prendere alla democrazia italiana un cammino inatteso. Ma sarà così?