Salvataggio Carige

Abbiamo scelto la soluzione meno costosa per lo Stato

Parla Raffaele Lener

Raffaele Lener
Paola Pilati

Il no della maggioranza delle banche italiane. Una trattativa che sfuma per il “rischio Italia”. La contrarietà europea al salvataggio pubblico. Raffaele Lener, professore di diritto commerciale a Tor Vergata, giurista esperto in mercati finanziari in missione alla Carige, rievoca in questa intervista la storia della gestione commissariale presso la banca genovese. 

I nove mesi passati a cercare una soluzione, lungo una strada che si faceva man mano più stretta e accidentata, possono essere celebrati oggi come un successo, visto il lieto fine (per niente scontato e solo all’ultimo minuto) con cui è conclusa l’operazione di ricapitalizzazione con l’ingresso nell’azionariato del Fondo interbancario e di Cassa centrale banca (il gruppo trentino che riunisce casse rurali e banche di credito cooperativo). 

Ma è una storia che illumina ancora una volta la fragilità del sistema Italia sul piano dell’immagine internazionale, e i vizi della sua compagine imprenditoriale, pronta a scendere in campo a fare la propria parte solo a patto che l’affare sia assicurato – come è stato per banca Intesa quando ha rilevato le banche venete – sennò tutti zitti. Senza contare che sul destino della una volta gloriosa banca genovese non è davvero sceso il sipario definitivo, e che la sua storia può aprire nuovi scenari.

Professore, il peggio è passato. Ma dalla vostra nomina in poi non sono mancati drammatici alti e bassi. Avete temuto seriamente che le cose potessero andare nel peggiore dei modi?

«Sì. Abbiamo iniziato il primo incarico trimestrale con la speranza di poter chiudere rapidamente.  Questo perché l’azionista di allora (i Malacalza con il loro 27 per cento, ndr.) si era astenuto sull’aumento di capitale nell’assemblea di fine 2018. Si poteva quindi supporre che ci potesse ripensare. Sbagliavamo, non è andata così. E visto che con i vecchi soci non si sarebbe giunti alla ricapitalizzazione, abbiamo iniziato a sondare tutti, ma proprio tutti: banche, fondi, assicurazioni… chiunque potesse essere interessato».

Però solo il fondo americano Blackrock ha fatto una proposta concreta.

«Anche il fondo Varde, ma era troppo piccolo, non sarebbe riuscito a gestire l’operazione, e si è tirato indietro».

Come mai anche Blackrock alla fine si è sfilato?

«Siamo arrivati fino in fondo alla trattativa con una sola condizione sospensiva: la decisione finale apparteneva al comitato investimenti negli Usa. Ci aspettavamo che desse l’ok, consideravamo la trattativa finita. Invece all’ultimo momento è stato così. La giustificazione? Il rischio politico in Italia. Giusto o sbagliato, non potevamo fare nulla. È stato il momento più drammatico di tutta la vicenda».

Ma poi siete ripartiti.

«Con difficoltà enormi, abbiamo ricontattato tutti. Il Fondo Apollo è stato l’unico a farsi avanti e fare una proposta. Ma non ha soddisfatto il Fondo interbancario ».

Cioè?

«Quello che Apollo voleva dal Fondo non stato ritenuto congruo dagli organi del Fitd, e non si è trovato un accordo».

Restavano le banche. Perché nessuna si è fatta avanti?

«Aspettavano, pensando di poter intervenire con lo stesso sistema usato per le banche venete in risoluzione, visto che Intesa ha beneficiato di un contributo e della garanzia statale».

Cioè pagando un euro, come ha fatto Intesa per Popolare di Vicenza e Veneto banca?

«Anche meno di un euro, in quel caso, visto che Intesa si è fatta dare dei soldi dallo Stato più la garanzia. Noi invece avevamo il dovere di esplorare un’altra strada, quella di una banca che Carige se la comprasse davvero».

Come si spiega la freddezza delle banche? Nessuna era in grado di correre il rischio? O non era un buon affare?

«Secondo me l’operazione banche venete ha rappresentato un benchmark: se quelle sono state vendute in quel modo, attraverso la cosiddetta liquidazione ordinata con contributo statale – hanno ragionato le banche –  allora anche noi, se compriamo una banca in difficoltà, vogliamo il contributo statale. Senza considerare, però, che Carige ha funzionato bene per nove mesi, non ci sono state altre fughe di depositi e si è dimostrata solida. Cosa che non è usuale quando c’è un’amministrazione straordinaria e devi sbrigarti: pensare che reggesse nove mesi era una scommessa. Grazie al cielo ha retto, e ci ha permesso di esplorare tutte le ipotesi e trovare alla fine CCB. Ma è stata un battaglia incerta fino alla fine».

Come mai la scelta della Cassa centrale di Trento?

«Perché è stata l’unica proposta di una banca italiana».

L’accordo prevede che CCB dall’anno prossimo rilevi dal Fondo interbancario di tutela dei depositi i titoli Carige, subentrando nel controllo. Ma c’è chi avanza dubbi sull’operazione, perché stravolgerebbe la natura cooperativa della banca. Lei come la vede?

«Innanzitutto anche nel gruppo Iccrea ci sono banche lucrative, per cui non sarebbe una novità assoluta. Poi tutto dipende da come ristrutturi il gruppo, e cioè da che peso dai alla componente Carige rispetto alle autentiche banche cooperative. Ma è importante il fatto che l’operazione è intelligente, perché – caso più unico che raro di aggregazione bancaria– qui non ci sono sovrapposizioni. Dove Carige è presente e forte, loro non ci sono. Ci saranno delle razionalizzazioni, ma di scala ridotta. D’altro canto, la riforma delle bcc è basata proprio sull’idea dell’aggregazione con lo spirito lucrativo. Questo per creare un ente più corposo, perché la singola bcc non sopravvive: lo spirito mutualistico ottocentesco non regge più».

C’è da dire che Carige la consegnerete pulita: sportelli ridotti, accordo sui tagli del personale, Npl azzerati.

«Direi pulitissima: avrà l’esposizione agli Npl – che ora si chiamano Npe – più bassa in assoluto tra le banche italiane».

L’ombrello della garanzia statale è stato comunque necessario.

«Certo. Se non ci fosse stato non so cosa sarebbe successo. Ma quel decreto legge consentiva anche la ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato. Noi avremmo potuto chiederla: se saltava l’assemblea del 20, il 21 avremmo fatto l’istanza. Invece, non l’abbia fatto. E lo Stato non ha dovuto ricapitalizzare in stile Montepaschi. Soprattutto considerando che sarebbe stata una strada in salita».

Perché?

«Sarebbe stato necessario l’assenso della Direzione generale per la Concorrenza della Commissione Europea. Ma sapevano che il via libera sarebbe stato difficile, con il caso Mps ancora in piedi. Erano pochissime le chance di incassare un sì. L’alternativa era la liquidazione. Una scissione, con una bad bank e con gli asset venduti rapidamente all’asta». 

A quel punto le banche si sarebbero viste, eccome.

«Sì, a quel punto sì. Ma la soluzione dello Stato sarebbe stata una soluzione costosissima».

Quanto? Si è detto 8 miliardi.

«Otto o nove, difficile stimare. Ci sono troppe varianti: come valutare il contributo dello Stato? Si era anche pensato di poter utilizzare i deferred taxes assets, cioè consentendo al cessionario di utilizzare quelle di Carige, ma occorreva una soluzione legislativa».

Il rapporto con il fronte Malacalza è sempre stato difficile?

«Con loro, in questi nove mesi, ci siamo sempre confrontati. Ma hanno deciso come comportarsi soltanto al momento dell’assemblea, e di non venire come Malacalza investimenti. Perché? Credo che abbiano voluto lasciare agli altri soci di decidere cosa fare della banca. In alternativa, potevano presentarsi in assemblea e votare contro. Ma forse hanno pensato che sarebbe stata un’azione di rottura totale con il resto dell’azionariato. Senza contare che a quel punto la banca sarebbe andata con ogni probabilità in liquidazione».

È circolata l’ipotesi che i Malacalza potessero accettare una soluzione che gli consentiva di recuperare l’investimento fatto, almeno in parte. Per esempio, entrando nel business degli Npl.

«In questo caso avrebbero dovuto negoziare con i potenziali acquirenti. Abbiamo cercato di stimolare una negoziazione, ma non è mai partita, a quanto ne sappiamo».

Questo non toglie che un domani la Sga, la società del Tesoro che gestisce i crediti deteriorati – appena ribattezzata Amco – possa a sua volta vedere pacchetti di Npl a chi vuole. 

«Certo, ma fuori dalla nostra operazione».

È possibile una causa risarcitoria dei Malacalza per l’affare Carige?

«Certo, è possibile ma mi domando contro chi. Contro la Bce? Forse, ma perché la Banca Centrale dovrebbe ritenersi responsabile dei danni subiti dall’azionista di maggioranza relativa? Perché è stata commissariata la banca? Ma potevano addirittura metterla in liquidazionedopo il mancato aumento di capitale. Oppure si vuole contestare la disciplina dei capital requirements, per sostenere che alla banca sono stati imposti requisiti di capitale troppo alti, con richiesta sproporzionata e immotivata? Si può provare, potrebbe essere anche un esperimento interessante. Vincere una simile causa vorrebbe dire in qualche modo smantellare il sistema di vigilanza europeo. Mi sembra risultato improbabile. Piuttosto,da parte di Malacalza Investimenti è stato da poco proposto un ricorso al Tribunale UE di prima istanza contro il rifiuto della BCE di fornire copia integrale del provvedimento di commissariamento, ritenuto documento riservato. Qui è interessante vedere cosa diranno i giudici comunitari, anche se la decisione BCE appare pienamente in linea con i precedenti».