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CONSOB / Rapporto sulle Conoscenze finanziarie, attitudine e investimenti delle famiglie italiane

A usare il denaro si impara in famiglia

Come dare una svolta alla competenze finanziarie del paese? Come trasformare alcuni strumenti basilari di valutazione per mettere al sicuro i propri risparmi in strumenti di massa e di uso quotidiano? È quello di cui si occupa, da un paio d’anni, il Comitato per l’educazione finanziaria.

L’offerta di corsi e di formazione è infatti ormai molto ampia. Ma: arriva dove deve arrivare? La risposta la dà la Consob, che ogni anno produce un Rapporto sulle Conoscenze finanziarie, attitudine e investimenti delle famiglie italiane, curato da Nadia Linciano, responsabile degli studi economici dell’autority che vigila sui mercati finanziari.

Anche se l’operazione educazione finanziaria, in Italia, è un’operazione di lunga lena, visto il livello di partenza assai scarso da cui partiamo, il Rapporto affina ogni volta i suoi strumenti di indagine per capire meglio quali sono le leve più efficaci per ottenere dei risultati.

Il lavoro compiuto quest’anno dal team della Consob conferma l’ostacolo principale sul campo: l’idea diffusa di saper gestire le proprie finanze, mentre il divario con le conoscenze reali è molto alto. Una sovrastima pericolosa, come dimostra che il 54 per cento non sa neanche eseguire un semplice calcolo percentuale.

Eppure la ricchezza degli italiani in rapporto al reddito si conferma alta, anche nel 2018, e superiore alla media europea (l’8,2 contro il 7,7), anche se il tasso di risparmio lordo è inferiore (il 10 per cento contro il 12), ma con un trend in rialzo. Soprattutto resta molto più bassa, nel nostro paese rispetto al resto d’Europa, l’incidenza dell’indebitamento sul Pil: il 40 per cento contro il 60.

Poco indebitati e discreti risparmiatori, per difendere il proprio gruzzolo gli italiani si muovono quindi in gran parte alla cieca, come testimoniano anche quest’anno i ricchi dati delle oltre tremila interviste. Eppure hanno la granitica illusione di saperci fare. Alla fine, spaesati, preferiscono il rifugio nel mattone, sia nel breve che nel lungo termine, a prodotti che in gran parte non sanno cosa sono o non capiscono fino in fondo.

L’educazione finanziaria cosa può fare in questo contesto? Più offerta, più occasioni di imparare, più corsi, dalle scuole alle bocciofile? Tutto è utilissimo. Ma nella ricerca di strade per arrivare più efficacemente all’obiettivo, occorre iniziare prima di tutto a cambiare la percezione dei risparmitaori rispetto a se stessi e ai propri strumenti di controllo. A togliere, insomma, alle persone alle prese con gli enigmi della finanza, l’illusione di possedere gli strumenti giusti, di sapere già tutto.

Un dato, nella ricerca, coglie appieno la trappola di questa falsa percezione. Un gruppo di intervistati nel precedente Rapporto aveva ammesso di dover fare qualcosa per la propria formazione finanziaria. A un anno di distanza, gli è stato chiesto quali passi avessero intrapreso. E quelli che hanno dichiarato di aver effettivamente “studiato”, sono stati sottoposti al test delle competenze finanziarie. Risultato? Non erano affatto migliorati, e facevano gli errori di prima.

Tra coloro che dimostrano un buon livello di competenze finanziarie, si scopre invece che una delle fonti della loro cultura finanziaria sta nella famiglia. Chi nell’adolescenza è stato stimolato dai propri genitori a risparmiare e a controllare le spese (anche se la pianificazione e il controllo delle scelte finanziarie è un comportamento poco diffuso tra le famiglie italiane), appartiene al gruppo con le conoscenze finanziarie corrette.

Questo elemento induce a pensare che tra le azioni positive che il soggetto pubblico può intraprendere non c’è solo aumentare l’offerta di corsi, ma anche agire a monte, nella famiglia, sensibilizzando i genitori all’aspetto dell’educazione finanziaria da trasmettere ai figli insieme con le altre regole della buona educazione. Insomma, se non si comincia dalla culla, poco ci manca.

Il Rapporto dedica infine un focus speciale agli investimenti sostenibili. Il 40 per cento degli intervistati ne ha sentito parlare, ma solo il 5 si ritiene ben informato. Soprattutto, sono in pochissimi a inserirli tra i propri investimenti. Questo è dovuto al fatto di non conoscerli bene, certo, ma anche al fatto che i consulenti (di cui i risparmiatori si fidano) non li propongono. Per un tema che ormai occupa le cronache quotidiane non è un bel segno.

I titoli legati ai temi dell’ambiente, alla produzione “etica”, all’uguaglianza di genere, alla trasparenza di governance, restano delle cenerentole nei portafogli dei risparmiatori intervistati. Li possiede solo il 5 per cento del totale, crescono al 18 per cento solo tra gli investitori meglio informati.

Eppure nel Rapporto emerge che la sensibilità collettiva per le tematiche Esg è alta. Il 60 per cento del campione si dichiara molto preoccupato dei cambiamenti climatici, e il 33 per cento degli intervistati è disponibile a dare, per una buona causa, anche senza avere nulla indietro.

Ma dare a chi? E per cosa? L’orizzonte degli intervistati su questo punto si accorcia: non è tanto sui grandi problemi che si rivolge, ma soprattutto a quelli più prossimi. Per esempio, sarebbero disposti a dare per offrire supporto alle comunità locali. Il che, comunque, sarebbe già qualcosa, se ci fosse qualcuno pronto a organizzare e accompagnare questo slancio.

P.P.