Il rischio del dibattito attuale è scambiare una soglia rilevante per le regole europee con una certificazione della salute dei conti pubblici. Il vero interrogativo non è se l'Italia sia sopra o sotto il 3%, ma se riuscirà a ridurre il peso del debito senza compromettere la crescita e senza trasformare ogni miglioramento del deficit in nuovo spazio per la spesa
La domanda che il dato sul deficit italiano del 2025 pone non è soltanto contabile, ma soprattutto politica: il 3,08% del PIL, appena sopra la soglia europea del 3%, può diventare il pretesto per considerare sostanzialmente superata la fase di consolidamento dei conti pubblici e aprire, in vista delle elezioni politiche del 2027, una stagione di maggiore spesa?
Per rispondere bisogna distinguere il significato economico del numero da quello giuridico e politico che gli viene attribuito. La procedura per disavanzo eccessivo nei confronti dell’Italia è stata aperta dal Consiglio il 26 luglio 2024, sulla base del deficit del 2023, allora pari al 7,4% del PIL. Il percorso correttivo previsto per l’Italia fissa per il 2025 e il 2026 una crescita massima della spesa netta rispettivamente dell’1,3% e dell’1,6%. Il piano strutturale, tuttavia, definisce una traiettoria pluriennale che prosegue fino al 2031. Secondo i conti nazionali, nel 2025 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è stato pari al 3,1% del PIL, con un dato puntuale del 3,08%, contro il 3,4% del 2024. Il saldo primario è tornato positivo, allo 0,8% del PIL. Dal punto di vista economico, è difficile attribuire un significato sostanziale alla differenza fra il 3,00 e il 3,08% del PIL.
Otto centesimi di punto non cambiano, da soli, la valutazione della salute complessiva delle finanze pubbliche. È quindi comprensibile che nel dibattito pubblico la vicenda sia stata descritta come una sorta di «beffa dello zero virgola». Ma esiste anche il rischio opposto: sottovalutare il significato che un decimale può assumere quando entra in gioco una regola. Il riferimento al 3% non è infatti scomparso con la nuova governance economica europea, entrata in vigore il 30 aprile 2024. Il valore resta quello previsto dai Trattati.
È però cambiato il modo in cui viene valutata la politica di bilancio. Al centro ci sono ora i piani strutturali di bilancio di medio termine, che definiscono percorsi pluriennali per la spesa netta, insieme a riforme e investimenti. La Commissione e il Consiglio non guardano quindi soltanto alla fotografia di un singolo esercizio, ma alla traiettoria dei conti pubblici nel medio periodo. Per i Paesi sottoposti alla procedura per disavanzo eccessivo, il percorso di correzione viene inoltre espresso attraverso limiti alla crescita della spesa netta.
Il 3% continua dunque a essere una soglia importante, ma non rappresenta da solo la misura della politica di bilancio di un Paese. Ed è proprio qui che il dibattito sul 3,08% rischia di concentrarsi sul dato meno importante. Il deficit è un flusso: misura quanto, in un determinato anno, le Amministrazioni pubbliche spendono in più rispetto alle entrate.
Il debito è invece uno stock: il risultato dell’accumularsi nel tempo dei disavanzi, corretto da altri fattori. Per questo motivo, un deficit al 3,08% anziché al 2,99% non può essere considerato, da solo, una misura della sostenibilità dei conti pubblici. Il vero indicatore da osservare è la traiettoria del rapporto debito/PIL. Secondo le previsioni della Commissione europea del maggio 2026, il debito pubblico italiano era stimato al 137,1% del PIL nel 2025, al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. Il rapporto debito/PIL, dopo essere diminuito rispetto al picco pandemico, ha ricominciato a crescere dal 2024.
È questo il dato che ridimensiona il significato del passaggio dal 3,4% al 3,08% di deficit. Se il debito fosse stabilmente in diminuzione, un deficit vicino al 3% potrebbe essere letto all’interno di una dinamica complessivamente più rassicurante. Se invece il debito continua ad aumentare in rapporto al PIL, la riduzione del deficit non risolve da sola il problema. C’è poi un’altra ragione per cui la disciplina di bilancio non riguarda soltanto Bruxelles.
La credibilità delle finanze pubbliche influenza le condizioni alle quali lo Stato può finanziarsi. Il costo del debito dipende da molti fattori: tassi di mercato, inflazione, crescita, durata dei titoli, condizioni finanziarie internazionali, rischio percepito dagli investitori e andamento dello spread. Il meccanismo è semplice: più il debito è elevato e più a lungo rimane elevato il costo medio di finanziamento, maggiore diventa la quota di bilancio destinata agli interessi e minore è lo spazio disponibile per altre politiche. Per questo la disciplina di bilancio non è soltanto una questione di rispetto delle regole europee. È anche una questione di quanto del bilancio futuro dovrà essere destinato a remunerare il debito accumulato in passato.
È qui che il 3,08% diventa politicamente interessante. Il mancato superamento della soglia ha raffreddato le aspettative che si erano formate intorno alla possibilità di anticipare l’uscita dalla procedura e, di conseguenza, di ottenere maggiore spazio di bilancio. Il passaggio è delicato perché l’uscita dalla procedura potrebbe essere interpretata come una sorta di certificazione del fatto che «i conti sono finalmente a posto».
Ma le due cose non coincidono. Uscire da una procedura non significa avere automaticamente risorse libere da spendere. Una riduzione del deficit significa che il nuovo debito cresce più lentamente. Per trasformare quella riduzione in nuova spesa occorre verificare se le misure siano compatibili con il percorso della spesa netta, con la dinamica del debito e con gli obiettivi del piano pluriennale. La prossimità delle elezioni politiche del 2027 rende naturalmente più sensibile il tema, perché gli ultimi anni di una legislatura sono quelli nei quali può aumentare la pressione per misure immediatamente visibili. Ma la semplice coincidenza temporale non dimostra l’esistenza di un progetto di «liberi tutti»: questa è una questione che può essere valutata soltanto sulla base delle concrete decisioni di bilancio.
C’è infine un elemento da non trascurare: le condizioni finanziarie internazionali. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale statunitense è previsto a 1.900 miliardi di dollari nel 2026, pari al 5,8% del PIL; il debito federale detenuto dal pubblico dovrebbe passare dal 101% del PIL nel 2026 al 120% nel 2036. Anche il Fondo monetario internazionale stima per gli Stati Uniti un deficit della pubblica amministrazione generale intorno al 7,5% del PIL nel 2026 e un debito lordo pari a circa il 125,8% del PIL.
Il punto per l’Europa e per l’Italia è che una dinamica di debito e deficit molto elevati negli Stati Uniti può avere ripercussioni sui tassi di interesse globali e, indirettamente, sul costo di finanziamento degli altri debitori sovrani. Per un Paese con un debito molto elevato, questo è un fattore tutt’altro che secondario. In definitiva, per l’Italia il tema non dovrebbe essere trasformare il 3,08% in una colpa o in un’assoluzione. Il dato segnala un miglioramento significativo del disavanzo, ma non significa che il consolidamento possa essere considerato concluso.
La questione decisiva, nei prossimi anni, sarà l’interazione fra saldo primario, crescita nominale del PIL, costo medio del debito e rapporto debito/PIL. Se la crescita nominale e il saldo primario consentiranno di stabilizzare e poi ridurre il rapporto debito/PIL, anche un deficit vicino al 3% potrà essere gestito all’interno di un quadro sostenibile. Se invece il debito continuerà a salire, il passaggio dal 3,08 al 2,99 diventerà soprattutto la discussione sul decimale di una questione molto più grande.
Ed è proprio questo il rischio del dibattito attuale: scambiare una soglia rilevante per le regole europee con una certificazione della salute dei conti pubblici. Il 3% può essere una soglia utile per la governance europea. Non può diventare, né in un senso né nell’altro, una misura sufficiente della sostenibilità finanziaria di un Paese. La previsione della Commissione europea — 138,5% di debito/PIL nel 2026 e 139,2% nel 2027 — rende quindi ancora più importante spostare l’attenzione dal decimale del deficit alla traiettoria del debito.
Il vero interrogativo non è se l’Italia sia sopra o sotto il 3%. È se, nei prossimi anni, riuscirà a ridurre il peso del debito senza compromettere la crescita e senza trasformare ogni miglioramento del deficit in nuovo spazio per la spesa.