Tra le imprese manifatturiere esposte al mercato USA, quasi una su quattro ha reagito nel 2025 spostando almeno in parte le vendite altrove. Ma, nel complesso, si sono persi 4,26 miliardi di euro di export. Un’analisi Istat sui dati di singola impresa ricostruisce chi ha saputo cambiare rotta e chi si è trovato senza vie d’uscita
Quando l’amministrazione statunitense ha varato, a partire dal “Liberation Day” di inizio aprile 2025, la nuova stagione di dazi sulle importazioni, la domanda che si sono posti osservatori e policy maker è stata immediata: quali conseguenze per gli esportatori? In particolare, le imprese italiane più esposte al mercato USA sarebbero riuscite a compensare le perdite dirottando le vendite verso altri mercati, oppure avrebbero semplicemente subito una contrazione dell’export?
Il nostro studio prova a rispondere alla domanda con dati Istat a livello di singola impresa, incrociando i flussi di commercio estero – a livello di prodotto e paese di destinazione – con le informazioni strutturali ed economiche delle imprese manifatturiere esportatrici, distinte per struttura proprietaria: multinazionali a controllo italiano, multinazionali a controllo estero (statunitensi e non) e imprese non multinazionali, di gruppo o indipendenti.
Le multinazionali, nel 2023, hanno generato oltre il 75% delle esportazioni manifatturiere italiane (41% a controllo italiano, 35% a controllo estero) e l’80% delle importazioni. Il loro peso sale ancora guardando proprio agli Stati Uniti, dove originano l’83,1% del nostro export manifatturiero. Rappresentano appena l’1,1% delle imprese attive, eppure occupano il 23,2% degli addetti e producono circa il 40% del valore aggiunto, con una propensione all’export vicina al 30% del fatturato – quasi doppia rispetto alla media. Sono, insomma, il soggetto più esposto a uno shock come i dazi USA ma, almeno sulla carta, anche il più attrezzato per reagirvi.
Per verificarlo, abbiamo isolato 13.888 imprese manifatturiere che abbiano esportato verso gli Stati Uniti nella seconda metà del 2024 o del 2025 (periodo post imposizione dazi). Confrontando le variazioni dell’export verso USA e verso il resto del mondo tra la seconda metà del 2025 e lo stesso periodo del 2024 – utilizzando come benchmark “placebo” l’export tra il 2024 e il 2023, il periodo precedente all’introduzione delle nuove aliquote – abbiamo suddiviso le imprese in quattro gruppi: chi ha compensato pienamente le perdite USA vendendo di più altrove (diversione piena); chi lo ha fatto solo in parte (diversione parziale); chi ha subito il calo senza recuperare nulla (contrazione pura); chi, infine, non ha perso terreno negli Stati Uniti (espansione).
Il segnale di diversione c’è, ed è più marcato che in condizioni normali: il 17,1% delle imprese ha realizzato una diversione piena nel 2025, contro il 12,8% dello stesso confronto un anno prima; un ulteriore 6,8% ha diversificato parzialmente. Per il complesso delle imprese che hanno diversificato pienamente, alla perdita di 804 milioni di euro sul mercato USA è corrisposto un incremento di 3,95 miliardi verso il resto del mondo: un saldo netto positivo di oltre 3,1 miliardi. Ma è un fenomeno che ha riguardato una minoranza. Il bilancio complessivo per l’insieme delle imprese considerate resta negativo, -4,26 miliardi di euro, determinato dal 35% di imprese “pure contractors” il cui calo verso il resto del mondo ha addirittura superato quello verso gli Stati Uniti – segno che, per molte, il dazio ha aggravato difficoltà già esistenti più che esserne l’unica causa.
Chi ha retto meglio? Dipende da chi comanda. Le affiliate di multinazionali statunitensi mostrano la performance più solida in assoluto: la quota più bassa di imprese in contrazione (29,5%) e la più alta in espansione (47,1%), verosimilmente grazie alla domanda infragruppo che sostiene i flussi verso la casa madre. Le multinazionali a controllo estero non statunitense sono invece le più reattive: il 19,5% ha diversificato pienamente, la quota più alta fra tutte le categorie. Le multinazionali italiane si collocano nel mezzo, con una diversione piena (18,2%) vicina alle estere non USA ma un tasso di contrazione (33,7%) più simile a quello delle imprese domestiche.
Chi riesce a compensare pienamente le perdite ha un profilo riconoscibile: più grande, più produttivo, meno legato al mercato nordamericano, già presente su un ventaglio ampio di mercati e prodotti. Per questo gruppo, nella seconda metà del 2024 una impresa su due presenta una esposizione verso gli USA del 7,5% del fatturato esportato, scesa al 2,2% nello stesso periodo del 2025. Chi ha parzialmente riorientato i flussi o li ha visti contrarsi partiva da una dipendenza dagli Stati Uniti ben più alta – rispettivamente 44,1% e 12,6% in mediana – che ha reso più difficile trovare in fretta sbocchi alternativi.
Ed è qui che emerge il risultato forse più interessante. Chi ha diversificato pienamente non ha aperto nuovi fronti commerciali: il numero di paesi serviti resta stabile, per una impresa su due, a 17, con una varietà di prodotto esportato in meno. Non ha cioè conquistato mercati nuovi sotto la pressione del dazio, ma ha spinto più a fondo su quelli che già presidiava. Chi si è invece contratto ha perso terreno su tutti i fronti, con meno paesi serviti (due paesi in meno per una impresa su due) e minor varietà di prodotti esportati (una varietà di prodotto in meno per una impresa su due).
Dall’analisi è quindi possibile trarre tre messaggi. Primo: la diversione commerciale è stata reale, ma ha riguardato una minoranza delle imprese esportatrici verso gli USA – ha generato benefici significativi per chi l’ha attuata, senza però compensare le perdite del sistema nel suo complesso. Secondo: la nazionalità del controllo conta, ma non ha deciso da sola la performance finale (le multinazionali a controllo USA restano le più protette grazie ai legami infragruppo, le estere non USA le più reattive, le italiane su un profilo intermedio). Terzo, e più rilevante per chi guarda alle politiche industriali: la capacità di reagire a un dazio non si costruisce quando il dazio arriva, ma molto prima. Le imprese che nel 2025 hanno cambiato rotta lo hanno fatto percorrendo strade che avevano già aperto, non improvvisandone di nuove. È la rete commerciale costruita negli anni precedenti – non la reattività del momento – a fare la differenza fra assorbire uno shock tariffario e subirlo.
La versione integrale dell’articolo è pubblicata sul numero 1/2026 di “Economia Italiana”