Le bizzarre vicende del ‘Tom’ da 2 dollari. Come i comportamenti influiscono sulla (scarsa) circolazione di una banconota da oltre un secolo fino ai nostri giorni.
Un viaggio nella mente umana.
Esiste negli Stati Uniti una banconota che si vede pochissimo perché la gente la considera speciale, in quanto rara, e preferisce non spenderla poiché ritiene porti fortuna. Si conserva nei portafogli o sotto i vassoi estraibili dei registratori di cassa, viene regalata in occasione dei compleanni (cercando su Internet un numero di serie che contenga la data di nascita del festeggiato) o come buon augurio (ad esempio nelle comunità nere, ispaniche e filippine). Ma è usata anche come dono transgenerazionale familiare o come mancia al ristorante oppure — e qui è assai meno documentabile — negli strip club! Un biglietto su cui si sono costruite leggende, superstizioni, campagne di marketing, tradizioni universitarie, che vale esattamente due dollari anche se molti non lo trattano come tale.
Un’illusione autoprodotta
Una storia di psicologia collettiva che può indicarci qualcosa di utile sul modo in cui gli esseri umani — tutti, non solo gli americani — pensano al denaro, lo categorizzano, lo sovrastimano o lo tesaurizzano anche quando forse non dovrebbero. Eppure il Bureau of Engraving and Printing, l’ufficio del Dipartimento del Tesoro americano che emette le banconote, stampa questo taglio senza interruzioni dal 1862. L’unica sospensione ci fu tra il 1966 e il 1976, quando la domanda era così bassa che non valeva la pena mantenere attiva la produzione.
Poi la banconota tornò, il 13 aprile 1976, nel giorno del duecentesimo compleanno di Thomas Jefferson, il Padre Fondatore raffigurato sul recto (al verso riproduce un quadro del 1818 di John Trumbull che rappresenta la firma della Dichiarazione d’Indipendenza). Il punto è questo: il ‘Tom’ — dal nome di battesimo di Jefferson — non è affatto raro! È legalmente disponibile in qualunque banca americana, le filiali della Federal Reserve ne hanno scorte regolari e nel solo 2023 ne sono stati stampati oltre 200 milioni di esemplari.
Ciononostante meno del 3% dei biglietti in circolazione è da due dollari, contro il 45% circa dei tagli da uno. Come mai? Perché la gente li accumula invece di spenderli. La penuria percepita è autoprodotta: si ritiene che siano scarsi, quindi si custodiscono, riducendone la diffusione; il che rafforza questo alone di rarità. Un circolo vizioso che si autoalimenta, generazione dopo generazione.
Attorno a questa banconota si sono accumulate nel tempo storie di ogni tipo, alcune documentate, altre leggendarie, che l’avevano fatta ritenere ad inizio Novecento addirittura ‘maledetta’. Infatti, dato il taglio, essa veniva usata negli ippodromi, dove esistevano degli sportelli per scommesse di quest’importo, e nelle case di tolleranza in cui 2 dollari era una tariffa ‘standard’ per un certo tipo di prestazioni. Pare, inoltre, che venisse usata per comprare voti nelle competizioni elettorali, sebbene in questo caso trovare prove è, ovviamente, particolarmente complesso. È chiaro, però, che avere in tasca uno di questi esemplari generalmente non deponeva a favore del suo possessore.
Il Bureau of Engraving and Printing iniziò quindi a ricevere regolarmente banconote con gli angoli strappati. La ragione era la superstizione: “deuce” in inglese significa “due”, però è anche il nome colloquiale per indicare il diavolo. Asportarne un angolo avrebbe dovuto “annullare il malocchio” (jinx) della banconota. Chi ne riceveva una così, proseguiva l’opera strappandone un secondo, e così via fino al quarto. Questo comportamento, ripetuto su scala nazionale, le rendeva mùtile, inutilizzabili, e costringeva le Autorità a ritirarle dal mercato, contribuendo a diminuirne la circolazione visibile e ad alimentarne la non invidiabile fama.
Quando la strategia diventa mito
Fortunatamente dagli Anni Settanta le cose iniziarono a cambiare e per il pezzo da due il barometro virò verso il bello. Siamo a settembre del 1977 alla Clemson University, nel South Carolina. Prima dell’ultima partita del torneo universitario di football americano contro la storica avversaria del Georgia Tech, il capo dei tifosi, in vista della trasferta, scrive ai suoi: «Vorrei chiedere che ogni fan dei Tigers porti quante più banconote da due dollari possibile e le usi per ogni spesa nel fine settimana». L’operazione funzionò. Quando i negozi di Atlanta si ritrovarono pieni di ‘Tom’, alcuni timbrati con la zampa di tigre, il logo di Clemson, il messaggio divenne percepibile e immediato: quei soldi venivano dai tifosi dei Tigers.
Ancora oggi, dopo cinquant’anni, quella tifoseria nelle trasferte replica questa tradizione. Alcuni esemplari vengono custoditi come cimeli, timbrati e firmati, in una stratificazione di significati simbolici che si è accumulata su un semplice pezzo di carta. La stessa logica fu usata nel 2010 dalla California Travel & Tourism Commission, che distribuì circa centomila biglietti da due dollari in tutto lo Stato per rendere palese l’impatto economico dell’industria turistica.
Queste campagne, denominate “SpendTom” dal soprannome della banconota, sfruttano deliberatamente un’illusione cognitiva: poiché essa sembra introvabile, la sua presenza in massa in un territorio specifico risulta visibile e memorabile. È una sorta di promemoria sottile che funziona da “marcatore sociale”.
Richard Thaler, premio Nobel per l’Economia nel 2017, descrisse con precisione il meccanismo alla base dell’atteggiamento degli accumulatori di ‘Tom’: lo chiamò mental accounting, contabilità mentale. Dimostrò che gli esseri umani non trattano il circolante come i manuali di economia vorrebbero, e cioè come uno strumento perfettamente fungibile in cui un dollaro vale semplicemente quanto un altro dollaro, ovunque e in qualsiasi forma. Al contrario, creano categorie mentali separate, ‘conti’ psicologici distinti, e trasferiscono somme da un conto all’altro secondo regole del tutto arbitrarie.
Il biglietto da due dollari viene quasi automaticamente archiviato nella categoria ‘denaro speciale’ (quella dell’happy money, al pari ai soldi trovati per caso o ricevuti in regalo) perché è percepito come proveniente in modo eccezionale. Non è considerato “denaro da spendere”. E poiché appartiene a un conto diverso, risponde a regole differenti: non torna in circolo, si mette da parte. A questo si aggiunge il meccanismo dell’ancoraggio descritto da Dan Ariely: il nostro cervello non considera il valore di qualcosa in assoluto, ma in relazione a un punto di riferimento, l’àncora, che nel caso in esame non è il potere d’acquisto bensì la preziosità percepita. Una volta che questa àncora si è radicata nella mente, diventa estremamente difficile rimuoverla, anche di fronte all’evidenza.
Confondere il prezzo col valore
Questa distanza tra valore reale e quello percepito ha conseguenze economiche concrete, misurabili e foriere di comportamenti a volte distorti. Un biglietto di banca custodito in un cassetto per dieci anni ha mantenuto identica la cifra scritta sopra, ma il suo potere d’acquisto reale è diminuito: l’inflazione cumulata del decennio 2015-2025 — ad esempio — negli Stati Uniti è stata di circa il 25%. Se invece quella somma fosse stata investita anche al tasso più conservativo disponibile, avrebbe prodotto un rendimento misurabile. Il detentore ha pagato un prezzo reale — il costo opportunità — per accantonare qualcosa che ha mantenuto un identico valore nominale, ma con minore capacità di spesa effettiva.
Né serve tirare in ballo la numismatica (anzi, nello specifico, la notafilìa), giacché, per avere interesse collezionistico, una banconota deve essere genuinamente rara (tiratura limitata e verificata), in condizioni eccellenti e certificata, oppure presentare errori di stampa specifici! Le comuni cartemonete in circolazione non soddisfano nessuno di questi criteri. Valgono due dollari: e la percezione diffusa del contrario è pura costruzione psicologica.
La lezione che ne deriva è semplice nella formulazione e difficile nella pratica: il denaro è intercambiabile, in qualsiasi forma fisica si presenti, da qualunque fonte provenga, con qualunque storia alle spalle. Quando lo dimentichiamo — custodendo una banconota ‘speciale’, spendendo con più leggerezza un bonus rispetto allo stipendio, attribuendo un valore sentimentale a determinati strumenti finanziari — stiamo violando un principio economico fondamentale e, quasi sempre, pagheremo un dazio per questa scelta.
Quello dei ‘Tom’ è un caso piccolo, quasi innocente; eppure il meccanismo psicologico sottostante — la resistenza emotiva a trattare il denaro come quello che è — spesso opera su scala molto più grande. Se, pertanto, imbattendovi in un ‘verdone’ da due dollari sentite la spinta a conservarlo invece di spenderlo, fermatevi un momento. Non per combattere l’impulso — che è umano, documentato, comprensibile — ma per riconoscerlo. Dategli un nome. Chiamatelo ‘contabilità mentale’, o ‘ancoraggio’, ‘superstizione’ o altro. E poi stabilite liberamente cosa farne. Consapevoli, però, che, qualunque cosa decidiate, quel biglietto vale esattamente quanto c’è scritto sopra. Solamente due dollari.