L'intelligenza artificiale può cambiare la politica monetaria. Per la prima volta il rischio principale non è che le banche centrali reagiscano troppo lentamente all'inflazione o provochino una recessione con tassi eccessivamente elevati. Il rischio è che interpretino male la natura stessa della crescita. Ecco le perplessità degli economisti della BIS
L’intelligenza artificiale non sta cambiando soltanto il modo in cui lavorano imprese e cittadini. Sta mettendo in discussione anche gli strumenti con cui le banche centrali interpretano l’economia. E se vengono meno gli strumenti di lettura, aumenta inevitabilmente il rischio di sbagliare le decisioni.
È questo il messaggio, poco rassicurante, contenuto nell’ultimo BIS Bulletin della Banca dei Regolamenti Internazionali, la “banca delle banche centrali”.
Il vero problema non è stabilire se l’AI farà crescere il Pil o aumenterà la produttività. Il problema è che, nella fase attuale, produce contemporaneamente effetti inflazionistici e disinflazionistici, altera i tradizionali indicatori con cui si misura il ciclo economico e rende più difficile capire quale sia il reale stato di salute dell’economia. In altre parole, rischia di privare Fed, BCE e le altre autorità monetarie della bussola con cui, da decenni, orientano la politica dei tassi.
L’avvertimento arriva in un momento particolarmente delicato. Mentre la Federal Reserve è chiamata a decidere se e quando riaprire la stagione dei tagli dei tassi, il dibattito interno si sta spostando dall’inflazione all’intelligenza artificiale: il nodo non è più soltanto capire se i prezzi stanno rallentando, ma stabilire quanto della crescita americana dipenda da un autentico salto di produttività e quanto, invece, da una gigantesca ondata di investimenti e da un effetto ricchezza alimentato dalla corsa delle Borse.
È una distinzione decisiva, perché nel primo caso la Fed potrebbe permettersi una politica monetaria più accomodante; nel secondo rischierebbe di alimentare nuove pressioni inflazionistiche proprio mentre quelle vecchie non sono ancora del tutto riassorbite.
L’avvertimento della BIS arriva proprio in un contesto in cui gli effetti economici dell’intelligenza artificiale sono già visibili ma ancora difficili da interpretare. Secondo gli economisti della BIS, l’AI è ormai sufficientemente pervasiva da modificare in tempo reale investimenti, commercio internazionale e mercati finanziari, sostenendo la crescita anche in presenza di tensioni geopolitiche e commerciali.
Il merito del rapporto della BIS è quello di mettere a fuoco la questione più concreta: come distinguere gli effetti permanenti da quelli transitori? Le banche centrali hanno sempre costruito le proprie decisioni separando gli shock di domanda da quelli di offerta. L’AI rompe questa distinzione. Gli investimenti in data center, semiconduttori e infrastrutture digitali sostengono immediatamente domanda, occupazione e prezzi degli asset; i guadagni di produttività, invece, arriveranno forse tra qualche anno e con intensità diversa tra Paesi e settori. Il risultato è una sovrapposizione di segnali che rende molto più difficile interpretare i dati macroeconomici.
I numeri fotografano la dimensione del fenomeno. Negli Stati Uniti la spesa destinata a data center e impianti per la produzione di tecnologie informatiche ha ormai raggiunto circa lo 0,8% del Pil, mentre gli investimenti globali collegati all’intelligenza artificiale potrebbero passare dagli attuali 500 miliardi di dollari a 3-4 mila miliardi entro il 2030. È un ciclo di investimenti che ha pochi precedenti recenti e che, secondo la BIS, sta già contribuendo in misura significativa alla resilienza dell’economia mondiale.
A rendere ancora più complesso il quadro intervengono i mercati finanziari. La corsa delle società leader dell’AI ha prodotto un forte effetto ricchezza, soprattutto negli Stati Uniti, dove la quota delle imprese legate all’intelligenza artificiale nella capitalizzazione di Borsa è cresciuta rapidamente. L’aumento del valore degli attivi finanziari sostiene i consumi delle famiglie e alimenta ulteriormente la domanda aggregata. In altre parole, l’intelligenza artificiale non influenza soltanto la capacità produttiva futura, ma modifica già oggi il comportamento di imprese e consumatori.
È qui che nasce il dilemma per le banche centrali. Una crescita sostenuta può infatti riflettere un’espansione temporanea della domanda, alimentata dagli investimenti e dalla ricchezza finanziaria, oppure un effettivo aumento del potenziale produttivo dell’economia. Le risposte di politica monetaria sarebbero radicalmente diverse. Se prevale la prima interpretazione, mantenere tassi troppo bassi rischia di alimentare nuove spinte inflazionistiche; se invece la produttività sta realmente accelerando, un eccesso di restrizione potrebbe frenare lo sviluppo economico. La BIS definisce questo rischio una possibile “miscalibration” della politica monetaria.
Il dibattito è già aperto all’interno della Federal Reserve. Il presidente Kevin Warsh ritiene che gli Stati Uniti siano all’inizio di una vera e propria rinascita della produttività grazie all’intelligenza artificiale, tale da consentire una graduale riduzione dei tassi senza compromettere la stabilità dei prezzi.
Altri membri della banca centrale americana sono però molto più prudenti. Ritengono che, almeno nella fase iniziale, gli enormi investimenti in infrastrutture digitali e la domanda crescente di componenti tecnologiche stiano esercitando un effetto prevalentemente inflazionistico, mentre l’inflazione americana resta ancora ben superiore all’obiettivo della Fed.
È un cambio di paradigma che ricorda, per certi aspetti, gli anni della “new economy”. Anche allora le banche centrali si trovarono davanti a una rivoluzione tecnologica che prometteva una crescita strutturalmente più elevata. La differenza è che oggi la scala degli investimenti è incomparabilmente maggiore e il canale finanziario è molto più rilevante. La BIS richiama infatti l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: il boom dell’AI è sostenuto sempre più dal debito, sia attraverso il mercato obbligazionario sia mediante il credito privato. Se le aspettative sulla produttività dovessero rivelarsi eccessive, la correzione potrebbe non limitarsi alle quotazioni azionarie, ma trasmettersi al credito e quindi all’economia reale.
Anche la Banca centrale europea guarda con cautela alla trasformazione in corso. Il capo economista Philip Lane ha sottolineato che molto dipenderà dalla capacità dell’AI di affiancare il lavoro umano anziché sostituirlo, dalla disponibilità di energia necessaria ad alimentare la nuova economia digitale e dalla velocità con cui la tecnologia verrà adottata. Resta inoltre aperta la questione della distribuzione geografica dei benefici: se l’innovazione continuerà a concentrarsi soprattutto tra Stati Uniti e Cina, gli effetti macroeconomici potrebbero risultare molto diversi per l’Europa.
Il messaggio del BIS Bulletin non è comunque un giudizio negativo sull’intelligenza artificiale. Al contrario, gli economisti riconoscono che la tecnologia può rappresentare uno straordinario motore di crescita e di produttività. L’avvertimento riguarda piuttosto la fase di transizione. Per la prima volta una tecnologia di portata sistemica modifica simultaneamente investimenti, commercio, occupazione, produttività, consumi e mercati finanziari, alterando proprio gli indicatori che le banche centrali utilizzano per calibrare le proprie decisioni.
La conseguenza è che la politica monetaria entra in un territorio inesplorato. Più che prevedere gli effetti finali dell’intelligenza artificiale, Fed, BCE e le altre banche centrali dovranno imparare a distinguere ciò che rappresenta un boom temporaneo da ciò che costituisce un cambiamento permanente della capacità produttiva dell’economia. Una distinzione tutt’altro che teorica: da essa dipenderanno il livello dei tassi d’interesse, l’andamento dell’inflazione e, in ultima analisi, la stabilità dell’economia globale.
Per la prima volta, il rischio principale non è che le banche centrali reagiscano troppo lentamente all’inflazione o provochino una recessione con tassi eccessivamente elevati. Il rischio è che interpretino male la natura stessa della crescita. Se attribuissero all’aumento della produttività ciò che è in realtà il frutto di una bolla di investimenti e di mercati euforici, manterrebbero condizioni monetarie troppo espansive. Se invece sottovalutassero il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale, finirebbero per frenare una delle più importanti rivoluzioni tecnologiche degli ultimi decenni.
In questo senso l’AI non rappresenta soltanto una sfida per imprese e lavoratori. È diventata il primo vero banco di prova per una politica monetaria costretta a operare in un’economia dove gli indicatori tradizionali sono sempre meno affidabili. La domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il ciclo economico. Lo sta già facendo. La vera incognita è se le banche centrali riusciranno a capirlo in tempo.