Gli intermediari finanziari non bancari promettevano faville, ma in molti casi le difficoltà hanno prevalso. Ecco che cosa è successo al private credit e al crowdfunding. E perché, a conti fatti, se finissero in qualche modo nell’ambito del mondo bancario che volevano sfidare, oggi potrebbero respirare meglio
I NBFI (non bank financial intermediaries) sono gli intermediari finanziari non bancari, sorti e sviluppati anche in Italia, dopo la grande crisi del 2007/2008. La maggior parte di essi non è soggetta alla vigilanza dell’autorità bancarie e monetarie o è soggetta ad una vigilanza meno rigida. Essi hanno avuto un notevole sviluppo. A livello mondiale la loro attività nel 2024 è infatti aumentata del 9,4% rispetto all’anno precedente, cioè del doppio del tasso di espansione dell’attività bancaria. I volumi dei fondi intermediati da banche e non banche al termine dell’anno suddetto erano praticamente uguali, rappresentando ciascuno poco più di 76 trilioni di dollari.
Alcuni NBFI continuano ad essere brillanti, mentre altri hanno mostrato tendenza opposta. La loro attività è infatti partita con grande slancio in un mercato nel quale si era diffuso il desiderio di agire anche in finanza sempre più direttamente con la controparte, cioè senza l’intervento di intermediari, desiderio accentuato dalla progressiva perdita di fiducia manifestata dal pubblico nei riguardi degli intermediari tradizionali.
Alcuni comparti dei NBFI hanno così perso parte del loro dinamismo per: A. il rallentamento dello sviluppo tecnologico e digitale; B. una cattiva gestione; C. le numerose frodi commesse dai vertici di numerosi NBFI; D. la mancanza o l’inadeguatezza di una regolamentazione e di una vigilanza chiare ed efficaci; E. l’esasperata ricerca del profitto di ogni costo; F. la scarsa trasparenza di molti dei loro prodotti e servizi; G. una limitata cultura finanziaria e l’avidità di tanti investitori, che hanno pagato la loro ignoranza e la loro avventatezza non capendo, fra l’altro, che alti rendimenti avrebbero comportato rischi elevati.
Le difficoltà dei NBFI continuano quindi ad essere molte, anche in quelli cosiddetti di private credit e di crowdfunding. I primi concedono prestiti attraverso fondi che si finanziano presso investitori istituzionali, family offices e privati. Quelli che praticano il crowdfunding, invece, concedono crediti con fondi raccolti direttamente presso investitori al dettaglio molto frazionati, contattati su vasta scala soprattutto mediante l’uso di portali Internet.
Il private credit è entrato in una crisi profonda, che ha aumentato il rischio degli investitori, i quali negli USA hanno iniziato ad avere difficoltà nell’ottenere il rimborso dei loro crediti. Diversi fondi lo hanno in effetti bloccato, creando non vere e proprie “corse agli sportelli”, ma un primo stress test per il settore, la cui reputazione è scesa e le cui nuove risorse raccolte nel mercato si sono ridotte. Rimane comunque il fatto che il private credit in essere nel mondo ha superato i 2 trilioni di dollari a fine 2024.
Le sue crisi sono state favorite dalla propensione a finanziare imprese rischiose, scartate o abbandonate dalle banche, a condizioni onerose e alimentate da debiti altrettanto costosi. Rilevanti sono anche state le pesanti frodi che hanno caratterizzato quel mondo e l’eccessivo uso della leva. A un certo punto l’innalzamento dei rendimenti richiesti dagli investitori alla luce dell’andamento del mercato finanziario non è più stato soddisfatto perché non sarebbe stato possibile trasferirlo sui tassi applicati sui prestiti.
La loro raccolta complessiva nel nostro paese ammonta comunque a poco più di 20 miliardi di euro e quella annua, nel 2025, è diminuita del 26% rispetto all’anno precedente, attestandosi attorno al miliardo di euro. Gli operatori italiani che hanno raccolto fondi nel mercato l’anno scorso sono stati 12 e hanno ottenuto una provvista di importo inferiore del 41% rispetto a quella dell’anno precedente. Gravi difficoltà di rimborso delle quote dei fondi per il momento non sono emerse, ma non è escluso che la situazione peggiori.
In un contesto simile si trova il crowdfunding, che si divide in cinque comparti, cioè nel finanziamento dei progetti di investimento in equity mobiliare o immobiliare, del lending mobiliare o immobiliare e, infine, nella sottoscrizione di mini bond o di altri strumenti finanziari. Specie nell’ultimo biennio la loro attività ha attraversato una fase difficile, soprattutto per il calo della raccolta, con accentuato rischio di liquidità degli investitori, per ridurre il quale è stato organizzato un mercato secondario dei loro impieghi, i cui risultati sono tuttavia stati modestissimi. Molte piattaforme sono quindi state chiuse. Alcune sono state incorporate in intermediari di maggiori dimensioni. Per altre l’autorizzazione è stata revocata dalle autorità di vigilanza per cattiva gestione caratterizzata spesso da conflitti di interesse e da alte insolvenze. Alcune, infine, sono fallite o sono state volontariamente liquidate.
Nel complesso, la loro situazione economica e patrimoniale non è mai stata brillante e la maggioranza delle piattaforme ha chiuso il bilancio 2024 in perdita. A fine 2025 esistevano comunque 42 piattaforme autorizzate, di cui 22 operanti nel collocamento di valori mobiliari, 14 nel collocamento di prestiti diretti e 6 in entrambi i comparti. Da quando il crowdfunding è entrato in Italia, la raccolta totale è arrivata a circa 1,5 miliardi di euro e fra luglio 2024 e giugno 2025 ha superato di poco i 250 milioni. In larga parte si tratta di piattaforme indipendenti, mentre alcune hanno abbandonato l’indipendenza per entrare in gruppi bancari o finanziari.
Nel complesso i NBFI sono rimasti al margine del mercato finanziario italiano e le loro connessioni con il sistema bancario non sono mai state consistenti. Si auspica quindi che tali connessioni diventino più intense ed efficienti. Il timore che eventuali crisi dei NBFI potessero coinvolgere le banche in una spirale sistemica è inesistente, se non altro per le diversissime dimensioni dei due settori. L’intensificazione della suddetta connessione determinerebbe innanzi tutto il fatto che i NBFI hanno generalmente una solidità economica e patrimoniale inferiore a quella delle banche e, se finissero in qualche modo nell’ambito di queste ultime, potrebbero respirare meglio.
Essi devono comunque quasi sempre esternalizzare alcuni servizi a fornitori di varia natura, fra i quali, a parità di altre condizioni, quelli bancari sarebbero preferibili. Anche le banche potrebbero ottenere vantaggi fornendo ai NBFI, fra l’altro, servizi di gestione dei flussi informatici, amministrativi e tecnologici, di selezione della clientela da affidare, di recupero dei crediti insoluti e, infine, soprattutto quelle riguardanti i flussi dei pagamenti da e verso la clientela.
L’articolo integrale è di prossima pubblicazione su Rivista Bancaria – Minerva Bancaria