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PREVIDENZA&MEGATREND
Commodities: la scelta del Notariato

A una cassa previdenziale è permesso investire in un tema di nicchia come terre rare e minerali critici senza tradire gli obblighi fiduciari verso gli iscritti? Ecco le scelte fatte dalla Cassa del Notariato, e le ragioni

Stella Giovannoli
Giovannoli-Stella

Viviamo in un mondo in cui litio, cobalto, nichel, terre rare pesanti – elementi fondamentali per batterie, motori elettrici, semiconduttori, sistemi di difesa – sono concentrate geograficamente in modo estremo.

La Cina controlla oggi oltre il 60% della raffinazione globale delle terre rare, il Congo oltre il 70% del cobalto estratto. L’Occidente si trova in una dipendenza strutturale che solo da pochi anni sta cercando di ridurre.

Questa riarticolazione delle catene di approvvigionamento non è un processo né lineare né rapido, ma richiede investimenti enormi in infrastrutture minerarie, di raffinazione, di logistica e richiede tempo. Un’apertura di una miniera si misura in 10-15 anni e, tra l’altro, avviene in un contesto in cui i rischi politici nei paesi produttori sono tutt’altro che marginali.

Che cosa vuol dire tutto questo per un investitore istituzionale come la Cassa del Notariato, associazione senza scopo di lucro, guidata da cento anni a questa parte da un criterio di ripartizione e di solidarietà pura (a parità di anni di esercizio ogni notaio riceve lo stesso livello di prestazione previdenziale, a prescindere dalla contribuzione versata)?

Visto che il nostro mandato primario è quello di garantire: stabilità, sostenibilità e adeguatezza delle prestazioni nel lungo periodo, il contesto geopolitico si traduce in una domanda precisa: come si deve posizionare il portafoglio rispetto a questa discontinuità geografica e strutturale? A mio avviso, non come scommessa speculativa, ma come gestione del rischio e ricerca di rendimento in un mondo che cambia.

I vincoli istituzionali

Sul tema specifico (Commodities, Terre rare e Minerali critici) la Cassa non investe direttamente.

Un investitore previdenziale di primo pilastro incontra tre sfide specifiche nell’approccio a questa specifica asset class.

  • La prima sfida è la liquidità e la struttura degli investimenti. L’accesso diretto ai minerali critici – attraverso partecipazioni in società estrattive, royalty streaming, o esposizione fisica – richiede strutture illiquide, tipicamente veicoli di private equity o infrastrutture. Per una cassa previdenziale tale scelta non appare proponibile.
  • La seconda sfida è la complessità ESG. Il paradosso delle commodities critiche per la transizione energetica è che l’estrazione di litio, cobalto e terre rare, l’estrazione idrica, la deforestazione e le condizioni di lavoro nelle miniere estrattive (es. Congo) ha impatti ambientali e sociali significativi.  Un investitore che ha adottato principi ESG solidi (il portafoglio della Cassa Nazionale del Notariato, analizzato da un Risk Advisor esterno, ha sulla componente mobiliare, ad esclusione della liquidità e dei fondi alternativi illiquidi, una copertura ESG pari a circa l’89%, con un punteggio complessivo di 74 su 100), non può ignorare questa tensione. La risposta, quindi, non è l’esclusione sistematica, ma un’analisi molto più granulare degli operatori, delle giurisdizioni, degli standard di estrazione.
  • La terza sfida è la capacità interna. Valutare un fondo di royalty su minerali critici o una partecipazione in un’infrastruttura mineraria in Africa richiede competenze che non sono standard e scontate nei team di investimento delle casse di previdenza italiane. O si costruisce internamente, o si selezionano gestori terzi con track record genuino — e in un mercato che si è gonfiato negli ultimi anni, la selezione del gestore è tutt’altro che banale.

È bene anche distinguere tra commodities finanziarie e minerali critici strategici:

  • l’oro, il petrolio, il rame generalista sono acquistabili in mercati profondi e liquidi, con strumenti finanziari maturi — futures, ETF, fondi dedicati.
  • i minerali critici come litio, terre rare pesanti, germanio, sono mercati molto meno liquidi, con pricing opaco, dominati da contratti bilaterali.

Il ruolo che ricopro mi impone di analizzare il tema sotto un duplice aspetto:

  • quello di un Ufficio Finanza che deve analizzare e selezionare le proposte di investimento da sottoporre all’esame del Consiglio di Amministrazione
  • quello di chi deve necessariamente tener conto della sostenibilità finanziaria di lungo periodo dell’ente.

A mio avviso il tema delle terre rare e dei minerali critici non è, per noi investitori istituzionali di primo pilastro, un tema di nicchia o di frontiera, ma rappresenta già un tema sistemico, un c.d. “megatrend”.

Nello specifico,  tre “trend” convergono esattamente sullo spazio delle commodities critiche:

  • la transizione energetica
  • la deglobalizzazione selettiva
  • la competizione geopolitica sulle catene di approvvigionamento.

Una cassa previdenziale, con orizzonti di investimento che si misurano in decenni, con liability di lungo termine, con l’obbligo fiduciario verso i propri iscritti, si trova in una posizione unica: esposta ai rischi di questo scenario, ma anche potenzialmente ben posizionata per cogliere tutte le opportunità.

Il portafoglio investimenti

In questo contesto generale la nostra scelta è ricaduta su fondi tematici liquidi UCITS legati alla TRANSIZIONE ENERGETICA che:

  • consideriamo la porta d’ingresso più naturale e più liquida per un investitore istituzionale che voglia posizionarsi su questo megatrend di lungo periodo;
  • rappresentano non un obiettivo a sé stante, ma uno strumento potenziale di diversificazione e creazione di valore di lungo termine.

Noi non ricerchiamo la massimizzazione del rendimento, ricerchiamo invece la coerenza della nostra asset allocation (strategica e tattica) con le nostre passività previdenziali.

Su di un portafoglio di fondi liquidi di circa 1 miliardo di euro (13 asset class e circa 85/90 fondi), i fondi tematici legati alla transizione energetica pesano oggi attorno al 4-5% del portafoglio fondi liquidi e il 2026 è stato finora un anno molto positivo per questa componente del nostro portafoglio.    

Più nel  dettaglio, deteniamo quattro prodotti UCITS gestiti da primarie SGR per circa 35 milioni di euro, due fondi e due ETF; tali fondi, pur non avendo un peso eccessivo, hanno contribuito egregiamente alla performance complessiva e sono stati tra i top contributori al rendimento YTD del portafoglio, pur in presenza di volatilità elevata.

Siamo consapevoli che un ETF su clean energy o su transition metals è in grado di catturare al meglio il beta di mercato, ma, a nostro avviso, i gestori attivi specializzati hanno mostrato una capacità reale di distinguere le aziende con posizionamento strutturale robusto da quelle che cavalcano solo la narrativa o la moda.

Nei nostri processi di selezione ci focalizziamo (a livello qualitativo e quantitativo) sul tema reputazionale.

Le case di gestione che abbiamo interpellato sulle selezioni dedicate a tale asset class presentano, infatti:

  • track record verificabili
  • processi di analisi specifici

che, ovviamente, un indice generalista non è in grado di replicare.

*L’articolo è la sintesi dell’intervento della Chief Investment Officer e CFO della Cassa Nazionale Notariato al Workshop su “Commodities, Terre rare e Minerali critici: quali strategie per Stati e Investitori?” che si è svolto alla Luiss il 26 maggio scorso

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