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Siamo nella stagione 3.0 delle concentrazioni

Il settore creditizio italiano ha conosciuto diverse ondate di aggregazioni: quella che ha sbloccato la "foresta pietrificata", iniziata degli anni '90, poi quelle indotte da driver microeconomici o da nuovi fattori regolamentari. La fase attuale si caratterizza per un altro tipo di driver, molto diverso dal passato...

Mario Comana
Mario-Comana

Siamo entrati in una nuova stagione di concentrazioni bancarie. Intesa Sanpaolo, in accordo con Unipol, muove su MPS, Banco BPM propone un merger of equals a Banco BPM e magari, chissà, Unicredit potrebbe muovere su Banco BPM. Senza dimenticare che la marcia di Unicredit su Commerzbank sembra avvicinarsi alla positiva conclusione. 

Pur nella loro diversità, queste (possibili) operazioni confermano che siamo ormai nella fase delle concentrazioni 3.0. Già, perché in passato il settore creditizio ha conosciuto altre due ondate di aggregazioni ben diverse dall’attuale. Ed è interessante vedere come i driver microeconomici e quelli di sistema abbiano agito in modo diverso in ciascuna di esse. Ripercorriamole.

La prima fase di consolidamento del settore bancario italiano è iniziata alla fine degli anni ’80, quando si è messa in moto la “foresta pietrificata”, come Giuliano Amato definì la nostra industria del credito che era rimasta sostanzialmente immutata almeno dagli anni ’50. A partire dal 1990 la prospettiva del Mercato Unico dei servizi finanziari e la conseguente liberalizzazione dei mercati finanziari europei, diedero una prima scossa agli assetti proprietari.

Quasi contemporaneamente, la cosiddetta Legge Amato, avviava il percorso di privatizzazione delle banche pubbliche, allora la maggioranza, e con ciò consentiva e agevolava il processo di concentrazione del sistema. Da allora e fino al 2005 le operazioni di concentrazione sono state circa 650 e hanno interessato il 90% del sistema.

Come non riconoscere che il driver di questa ondata di concentrazioni è stato soprattutto di natura strutturale e regolamentare? Furono le grandi riforme istituzionali come le privatizzazioni e la costituzione del mercato unico europeo a determinare questo vastissimo fenomeno di aggregazione. Esse hanno agito sia come fattore propulsivo, creando le pressioni competitive che hanno spinto le fusioni, sia come elemento di liberalizzazione che ha consentito il dispiegarsi di queste e altre forze, probabilmente prima inespresse, che agivano in tal senso.

Certo questo non esclude che abbiano operato anche driver di natura microeconomica: nell’ambito delle nuove condizioni che venivano a crearsi, la crescita dimensionale rispondeva a obiettivi strategici aziendali. Potremo dire che questi ultimi erano la declinazione a livello microeconomico delle forze che procedevano a livello di ambiente istituzionale e regolamentare.

Nel decennio fra il 2005 e il 2015 la dinamica delle concentrazioni è stata diversa. Furono gli anni della Grande Crisi finanziaria e dell’introduzione dei requisiti patrimoniali di Basilea 2, nelle varie versioni che si sono succedute. Le operazioni di acquisizione sono state quasi tutte collegate a episodi di crisi delle banche target. A questo non era estranea la nuova disciplina di vigilanza: fu proprio il mancato raggiungimento dei livelli di capitalizzazione richiesti, o la loro perdita, a decretare il default di alcuni intermediari.

Le cause sono essenzialmente da ricercare nel deterioramento del credito che, complice la crisi, era salito a livelli altissimi. L’azione di risanamento imposta con forza dalla vigilanza europea ha costretto diverse banche a uscire dal mercato, quasi sempre attraverso l’acquisizione da parte di intermediari più solidi. Alcuni gruppi bancari hanno costruito una precisa strategia di crescita sull’acquisizione di intermediari in difficoltà. Non a caso, questa fase si concluse nel 2015, alla vigilia dell’introduzione della vigilanza unica e delle nuove regole di risoluzione europee

In questo quadro giocano anche i requisiti patrimoniali, non solo perché hanno portato fuori mercato alcuni intermediari, ma anche perché una robusta dotazione di mezzi propri era il presupposto per poter giocare il ruolo di aggregatore. Si può ripetere per questa fase quanto affermato per la fase precedente: se osserviamo le operazioni di concentrazione avvenute in questa fase da una prospettiva aziendale, riconosciamo che a promuoverle sono stati i driver microeconomici riconosciuti dalla letteratura scientifica. Ma la comprensione di questo ciclo di operazioni sarebbe ampiamente incompleta se ignorassimo i fattori esterni che le hanno promosse, fattori, come si è visto, eminentemente regolamentari.

Il 2020 vede aprirsi una nuova fase di aggregazioni caratterizzata da dinamiche ancora una volta diversa dalle precedenti. Riecheggiando una famosa espressione giornalistica dei primi anni 2000, potremmo definirlo il gioco dell’Opa(s).

Inizia nel febbraio del 2020 con l’inattesa Offerta Pubblica di Scambio di Banca Intesa su Ubi Banca: è il caso di un’azienda sana e forte che vuole acquisire un’altra azienda sana e forte. Non si va più in cerca di aziende fragili da acquisire ma si punta a integrare banche redditizie, con significative quote di mercato nelle aree più interessanti del Paese. Insomma, gioielli e non zombie-banks. L’Offerta non è concertata con la proprietà della target, peraltro estremamente diffusa, non è suggerita dalla vigilanza, non consuma capitale della bidder né cassa perché non prevede, almeno inizialmente, esborsi di denaro. È forse la prima vera e propria operazione di mercato, dove in modo trasparente un intermediario propone ai soci di un altro soggetto un’integrazione fra le due realtà.

A partire dal 2024 lo schema sarà emulato prima da Unicredit nei confronti di Banco BPM, offerta successivamente ritirata, poi da MPS su Mediobanca, conclusa con successo. Altre offerte similari hanno interessato fabbriche prodotto e reti di distribuzione, alcune andate in porto, altre con esito sfavorevole. Oggi ci sono sul piatto le varie possibili combinazioni richiamate in apertura.

In questo ciclo di aggregazioni l’elemento caratterizzante sembra essere la condizione di piena solidità ed efficienza dei soggetti coinvolti, sia dal lato dell’offerente che da quello della target.Questo la caratterizza in modo opposto rispetto alla fase precedenti: non è lo stato di crisi o di debolezza ma, al contrario, la condizione di smagliante brillantezza del settore a stimolare le operazioni di M&A. Potremmo dire che se nei primi anni 2000 le concentrazioni erano un sintomo di debolezza dell’industria, nel 2026 esse manifestano la sua solidità ed efficienza. Questa terza fase della concentrazione del settore bancario è dunque quella che vede la prevalenza dei driver di natura aziendale sulle pressioni di altre forze esterne, agevolati dalle favorevoli condizioni di mercato.

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