Le banche stanno davvero integrando i criteri ESG nel loro modello di business? Un'analisi comparata rivela che le pratiche di rendicontazione sono difformi e frammentate. Ai regolatori spetta quindi un nuovo sforzo di armonizzazione
Negli ultimi anni la sostenibilità è uscita dall’ambito della responsabilità sociale d’impresa intesa in senso tradizionale ed è diventata una componente strutturale della regolamentazione economico-finanziaria europea. Questo cambiamento ha riguardato in modo particolarmente intenso il settore bancario, che oggi è chiamato non solo a valutare i rischi ambientali, sociali e di governance al proprio interno, ma anche a misurare e comunicare in che modo tali fattori incidano sulle attività finanziate, sugli investimenti e sulla stabilità complessiva dell’intermediario.
In questo contesto, l’informativa non finanziaria ha assunto una funzione strategica: non si tratta più di una comunicazione accessoria o reputazionale, ma di uno strumento attraverso cui le banche rendono visibile il proprio posizionamento rispetto ai temi ESG e, indirettamente, la propria capacità di affrontare la transizione verso un’economia più sostenibile.
Proprio in questo scenario, bisogna interrogarsi e affrontare una questione tanto tecnica quanto cruciale: le Dichiarazioni Non Finanziarie (DNF) pubblicate dalle banche italiane sono davvero comparabili tra loro? La domanda può sembrare specialistica, ma ha implicazioni molto concrete. Se i report non sono confrontabili tra loro, allora investitori, autorità di vigilanza, clienti e altri stakeholder faranno fatica a capire quali banche stiano effettivamente integrando i criteri ESG nei propri modelli di business e quali, invece, si limitino a una comunicazione più formale che sostanziale. La comparabilità, quindi, non è un tema puramente metodologico: è una condizione necessaria per la trasparenza del mercato e per la credibilità dell’intero sistema di rendicontazione della sostenibilità.
Per rispondere a questa domanda, sono state analizzate le DNF pubblicate dalle banche italiane nel periodo 2019–2023, adottando un approccio qualitativo comparativo multilivello. In concreto, l’analisi è stata condotta su tre livelli.
Il primo, definito “macro”, ha riguardato i framework e gli standard di rendicontazione utilizzati; il secondo, “meso”, si è concentrato sulla struttura dei report, sull’organizzazione dei contenuti e sul peso attribuito alle diverse dimensioni ESG; il terzo, “micro”, ha approfondito gli indicatori utilizzati, con particolare attenzione a quelli ambientali derivati dai Global Reporting Initiative (GRI) Standards. Questo impianto metodologico ha consentito di osservare non solo se le banche utilizzino gli stessi riferimenti normativi e tecnici, ma anche se traducano tali riferimenti in pratiche informative effettivamente simili.
I risultati mostrano un quadro articolato. A livello macro emerge una significativa convergenza: la maggior parte delle banche utilizza framework comuni, in particolare i GRI Standards, spesso affiancati dalle raccomandazioni della Task Force on Climate-Related Financial Disclosures (TCFD) e, in alcuni casi, da altri riferimenti internazionali. Questo dato suggerisce che il settore bancario italiano si stia progressivamente allineando a un linguaggio comune della sostenibilità.
Tuttavia, questa convergenza formale non basta a garantire una reale comparabilità. Quando si passa al livello meso, infatti, le differenze diventano molto più evidenti: i report di disclosure non finanziaria variano per struttura, estensione, terminologia utilizzata, organizzazione delle sezioni e profondità dell’analisi. Anche banche che dichiarano di adottare gli stessi standard producono documenti molto diversi tra loro, con scelte espositive e narrative non sempre coerenti.
Ancora più rilevanti sono le differenze che emergono a livello micro, cioè nell’uso degli indicatori ESG. L’analisi mostra una parziale convergenza soprattutto sugli indicatori ambientali più ricorrenti, come quelli relativi ai consumi energetici e alle emissioni di gas a effetto serra. Tuttavia, dietro questa apparente omogeneità si nascondono divergenze importanti nelle modalità di calcolo, nel perimetro considerato, nella granularità dei dati e nella trasparenza metodologica. In altre parole, due banche possono dichiarare di rendicontare lo stesso indicatore, ma farlo con criteri diversi, rendendo il confronto solo parzialmente affidabile.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è che essa mostra come la comparabilità, nel settore bancario italiano, sia oggi soprattutto una comparabilità prima facie e non ancora pienamente nella sostanza. Vale a dire: si osservano dinamiche di convergenza nelle pratiche, probabilmente favorite da fenomeni di imitazione settoriale, dalle aspettative di mercato e dalla pressione regolamentare, ma non ancora una completa standardizzazione sostanziale delle informazioni.
Questo dipende in parte dalla pluralità dei framework disponibili e in parte dal fatto che il quadro normativo europeo, pur essendo sempre più articolato, è ancora in evoluzione. L’introduzione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), del rafforzamento del Terzo Pilastro ESG e degli indicatori legati alla Tassonomia europea va proprio nella direzione di colmare queste lacune, ma i tempi di attuazione e i recenti rinvii normativi mostrano che il processo è tutt’altro che lineare.
In particolare, gli interventi più recenti, come il c.d. Pacchetto Omnibus I e la Direttiva (UE) 2025/794, hanno posticipato alcune scadenze e introdotto misure di semplificazione per facilitare l’adeguamento delle imprese, mentre gli aggiornamenti degli standard tecnici EBA sul Terzo Pilastro mirano a estendere e rendere più proporzionati gli obblighi di disclosure ESG. Questi sviluppi evidenziano un percorso di progressiva armonizzazione che, pur mantenendo invariati gli obiettivi di trasparenza e sostenibilità, procede attraverso aggiustamenti successivi per bilanciare ambizione regolamentare e sostenibilità operativa.
La ricerca mette inoltre in evidenza una criticità molto concreta: il cosiddetto sustainable data gap. Le banche, per rendicontare in modo credibile i propri rischi e impatti ESG, hanno bisogno di dati solidi anche da parte delle imprese finanziate. Ma questi dati, soprattutto nel caso delle PMI non quotate, sono spesso incompleti, non standardizzati o del tutto assenti. Ne deriva una difficoltà strutturale: agli intermediari viene richiesto di produrre informative sempre più sofisticate e comparabili, mentre la base informativa su cui tali disclosure dovrebbero poggiare, rimane spesso fragile. Questo aspetto è particolarmente importante anche in chiave prudenziale, perché incide sulla capacità delle banche di adempiere ai nuovi obblighi di vigilanza e di integrare efficacemente i rischi ESG nei propri sistemi di governo e controllo.
Dal punto di vista delle implicazioni, il lavoro suggerisce almeno tre messaggi principali. Per i regolatori e i policy makers, emerge la necessità di rafforzare il coordinamento tra i diversi strumenti normativi europei, evitando sovrapposizioni, disallineamenti temporali e incoerenze nei perimetri di applicazione. Per le banche, lo studio evidenzia l’urgenza di investire in sistemi informativi ESG più integrati e in processi di rendicontazione meno frammentati. Per gli stakeholder, infine, i risultati mostrano che la qualità dell’informazione ESG non dipende solo dalla sua disponibilità, ma anche dalla sua confrontabilità, dalla chiarezza delle metriche e dalla coerenza con cui viene presentata.
In sintesi, la ricerca evidenzia che nel settore bancario italiano esiste una convergenza crescente nelle pratiche di rendicontazione ESG, ma questa convergenza non è ancora sufficiente a garantire una piena comparabilità delle Dichiarazioni Non Finanziarie. Il percorso verso una disclosure realmente armonizzata è avviato, ma resta incompleto. Proprio per questo il tema non riguarda soltanto gli addetti ai lavori, bensì riguarda il funzionamento stesso di un mercato che vuole orientare capitali, decisioni e strategie verso obiettivi di sostenibilità credibili, verificabili e condivisi.
(*) Il presente articolo rappresenta una sintesi divulgativa del saggio pubblicato sulla Rivista Bancaria – Minerva Bancaria, n. 5 – 6 / 2025