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approfondimenti/politica economica
Il tempo è il fattore chiave per la congiuntura globale

Iniziano ad crescere i timori per le condizioni finanziarie complessive, che sin qui si sono mantenute relativamente stabili. Tra probabile aumento dei tassi e rischio di correzione sui mercati obbligazionari e azionari, mai come oggi l'economia mondiale dipende dalla tempestività con cui si arriverà ad un accordo tra Usa e Iran

Giorgio Di Giorgio
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Dopo la gravissima, intensa e diffusa sebbene abbastanza rapida, recessione indotta dalla Pandemia, la crisi energetica e la ripresa dell’inflazione che hanno accompagnato l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa hanno frenato le dinamiche economiche dei paesi che si stavano ancora impegnando per riattivare e stimolare i propri percorsi di crescita.  

A partire dal 2023/24, il mondo ha iniziato a procedere a un ritmo più lento, di circa mezzo punto percentuale l’anno, rispetto alla media sperimentata nel primo ventennio del nuovo millennio. Il fenomeno, noto come global slowdown, ha interessato in misura diversa le economie industrializzate e quelle dei paesi emergenti, con performances differenziate, come naturale, anche tra le due aree.

Gli USA hanno usato in modo aggressivo sia la politica monetaria che quella fiscale, ma soprattutto hanno beneficiato dei guadagni di produttività derivanti da ingenti investimenti tecnologici e nell’Artificial intelligence. Tra i paesi industrializzati, si sono confermati l’economia più reattiva e dinamica, sorprendendo sin qui per la resilienza anche nel mercato del lavoro, con un tasso di disoccupazione che non si è allontanato troppo dai valori eccezionalmente bassi (inferiori al 4%) raggiunti prima della crisi pandemica. L’Eurozona ha pagato, in modo differenziato, la sua maggiore dipendenza energetica e la minore capacità di reagire agli shocks aggiustando in modo flessibile le proprie strutture produttive, anche nel settore dei servizi.

L’Asia, seppure in misura meno evidente, ha visto relativamente penalizzata dalla minore crescita mondiale l’economia cinese, fortemente export led; l’India, la Corea e altri paesi in crescita hanno continuato a conseguire buone performances, recentemente aiutate anche dalla consistente riallocazione delle importazioni USA dall’area, che penalizza appunto la Cina e favorisce Taiwan, Vietnam e Malesia, tra gli altri.

Il Giappone è tornato ad essere finalmente un mercato finanziario di spessore, sia nell’azionario che nell’obbligazionario, con un sostegno che si sta rivelando prezioso anche per l’economia reale.

Il sistema finanziario globale ha assorbito sin qui senza particolari scossoni i primi segnali di vulnerabilità manifestatisi nel 2023 con la crisi delle banche regionali negli Usa e la gestione del salvataggio di Credit Suisse, una delle banche globalmente sistemiche. Non ha sofferto particolarmente neanche la crescente instabilità geopolitica, con la questione mediorentale innescata dagli attacchi di Hamas e la violenta reazione israeliana prima, e l’avvento della nuova amministrazione americana con la conseguente introduzione di dazi e barriere al commercio internazionale.

In questo contesto difficile, i mercati finanziari si sono mantenuti sorprendentemente in forma, recuperando costantemente e rapidamente le perdite di breve periodo sperimentate a seguito di notizie negative. Questo è avvenuto sia nella primavera del 2025, a seguito dell’introduzione effettiva e generalizzata dei dazi più volte annunciati da Trump, ma anche all’indomani del recente attacco di USA e Israele all’Iran che ha portato alla chiusura dello stretto di Hormuz, ormai da tre mesi.

La conseguenza di questi ultimi eventi è ovviamente un ulteriore peggioramento della congiuntura ciclica mondiale, gravato dall’aumento del costo dell’energia, in particolare, ma non solo, del petrolio e dalle maggiori difficoltà al commercio e il connesso aumento del costo di input e beni intermedi essenziali alle catene del valore, tra cui anche i famigerati materiali critici e provenienti dalle cosiddette “terre rare”. Questi ultimi sono essenziali ormai in molti settori industriali e in tutto ciò che è collegato all’ulteriore sviluppo e diffusione dell’intelligenza artificiale, come gli enormi datacenter energivori che stanno monopolizzando il settore del real estate industriale e commerciale.

L’inflazione sta rialzando la testa e le banche centrali sono costrette ad atteggiamenti per ora prudenti, ma che potrebbero tornare in territorio restrittivo qualora la situazione rimanesse in stallo. In un contesto in cui il debito è cresciuto ovunque, e anche per questo motivo i tassi di interesse sulle scadenze più lunghe sono aumentati e iniziano ad indurre timori per le condizioni finanziarie complessive, sin qui relativamente stabili nonostante l’accumularsi di vulnerabilità, come l’aumento della leva negli ETF e negli Hedge Funds, ben documentato nell’ultimo Global Financial Stability Report dell’IMF e il perdurante rischio di problematiche dovute agli stretti legami tra i sistemi bancari e i debiti sovrani.  

A distanza di ormai tre mesi dai bombardamenti e le azioni mirate in Iran, stiamo per entrare nello scenario peggiore inizialmente prospettato dal Fondo Monetario Internazionale, quello di uno shock energetico duraturo e pesante sull’economia mondiale. Le conseguenze sarebbero devastanti da un punto di vista macroeconomico perché andrebbero ben oltre le modeste revisioni al ribasso della crescita mondiale, sia pure partendo da performances mediamente non esaltanti, come discusso sopra. Lo scenario di un accordo soddisfacente che non venga raggiunto prima della fine del mese di giugno penalizzerebbe tutti, ma in particolare ancora l’Eurozona, super esposta al costo dell’energia e meno diversificata nelle fonti disponibili (ad eccezione della Francia). 

L’aumento dei tassi necessario a frenare l’inflazione, almeno nel breve, scaricherebbe ulteriori oneri sul servizio dei debiti pubblici, riducendo i già limitati spazi di azione delle politiche fiscali, e innescando un pericoloso aumento dei premi al rischio e un peggioramento delle condizioni finanziarie per le imprese. 

L’effetto più probabile è una correzione delle quotazioni sui mercati sia obbligazionari che azionari, e ciò nonostante, a livello microeconomico, i fondamentali di molte aziende non siano ancora ad oggi disallineati dagli attuali elevati corsi azionari. 

Mai come oggi, il tempo è un fattore chiave per l’economia mondiale. Rimane poco tempo per negoziare e chiudere un buon accordo con l’Iran che porti a una vera riapertura a costi contenuti dello stretto di Hormutz e restituisca, con la gradualità necessaria, la fiducia a imprese, intermediari e mercanti per riattivare le rotte commerciali e ridare fiato alle catene del valore.  

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