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STRATEGIE MONDIALI
Per capire il futuro segui la geoeconomia degli investimenti

Materie prime, semiconduttori, intelligenza artificiale.. ecco i settori su cui si dirigono gli investimenti, disegnando una nuova mappa del potere economico. In cui Usa e Cina la fanno da protagonisti, e l'Europa resta indietro

Paola Pilati

Nel pieno di una fase storica segnata da tensioni geopolitiche, transizione energetica e corsa all’intelligenza artificiale, i flussi di investimenti diretti esteri (FDI) stanno ridisegnando la mappa dell’economia globale. Non si tratta soltanto di movimenti di capitale: oggi gli FDI rappresentano uno strumento strategico attraverso cui governi e multinazionali costruiscono le filiere del futuro, consolidano alleanze economiche e cercano di ridurre vulnerabilità considerate sempre più critiche.

Il report del McKinsey Global Institute dedicato alla nuova stagione degli investimenti internazionali fotografa una trasformazione profonda della globalizzazione. Dal 2022 circa il 75% degli annunci di investimenti cross-border si è concentrato in settori “future-shaping”: semiconduttori, data center, batterie, energia e materie prime critiche. Prima della pandemia questa quota si fermava poco sopra il 50%. È il segnale di un’economia mondiale che non sta abbandonando la globalizzazione, ma la sta riconfigurando secondo nuove priorità: sicurezza tecnologica, resilienza industriale e autonomia strategica.

Negli ultimi anni il contesto internazionale è cambiato radicalmente. La pandemia ha mostrato la fragilità delle catene di approvvigionamento globali; la guerra in Ucraina ha riportato al centro il tema della sicurezza energetica; la rivalità tra Stati Uniti e Cina ha accelerato la frammentazione tecnologica e commerciale. A questo si sono aggiunti nuovi dazi, controlli sulle esportazioni, sussidi pubblici e politiche industriali aggressive. In questo scenario le imprese stanno modificando le proprie strategie di investimento, privilegiando Paesi politicamente affidabili e mercati considerati strategici.

Secondo il report, dal 2017 la “distanza geopolitica” degli investimenti si è ridotta più rapidamente di quella del commercio internazionale. In altre parole, le aziende tendono sempre più a investire in economie considerate alleate o comunque vicine sul piano politico. Il fenomeno è evidente soprattutto nei rapporti tra Occidente e Cina. Gli investimenti delle economie avanzate verso Pechino sono diminuiti di circa il 70%, mentre sono cresciuti quelli tra Stati Uniti ed Europa. Allo stesso tempo, però, la Cina non è uscita dal gioco globale: ha cambiato posizione, trasformandosi da grande destinatario di capitali esteri a investitore internazionale sempre più aggressivo.

Le aziende cinesi hanno aumentato la propria presenza in Europa, Medio Oriente, Nord Africa e America Latina, in particolare nei settori legati alle batterie, ai veicoli elettrici e alle materie prime strategiche. È una strategia che mira a consolidare il controllo sulle filiere industriali emergenti e ad aggirare le restrizioni commerciali occidentali. In Europa, per esempio, gruppi cinesi stanno investendo in gigafactory e impianti per la produzione di batterie in Ungheria, Spagna e Portogallo. In Marocco e in Indonesia si moltiplicano invece i progetti collegati alla raffinazione di nichel e litio.

Il nuovo scenario è dominato da investimenti sempre più grandi. I cosiddetti megadeal – operazioni superiori a 1 miliardo di dollari – rappresentano soltanto l’1% del numero totale dei progetti annunciati, ma valgono circa la metà degli investimenti complessivi. È un dato che fotografa la natura dei settori coinvolti: altamente tecnologici, ad alta intensità di capitale e accessibili solo a pochi grandi player globali.

Costruire una fabbrica di semiconduttori di ultima generazione richiede investimenti superiori ai 10 miliardi di dollari. Lo stesso vale per i grandi data center necessari a sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale o per le gigafactory destinate alla produzione di batterie. La corsa globale a queste infrastrutture sta rafforzando una dinamica “winner takes most”: chi riesce a costruire per primo capacità produttiva e know-how ottiene vantaggi difficilmente recuperabili.

La prima grande direttrice di investimento riguarda proprio l’intelligenza artificiale. La crescita dei modelli generativi e dei servizi digitali avanzati sta spingendo una domanda enorme di potenza computazionale. Dal 2022 gli investimenti in data center hanno raggiunto circa 170 miliardi di dollari annui e potrebbero superare i 300 miliardi entro il 2025. Se tutti i progetti annunciati venissero completati, la capacità globale dei data center potrebbe quasi raddoppiare.

Dietro questi numeri c’è una vera e propria corsa infrastrutturale. Colossi tecnologici americani come Microsoft, Amazon Web Services e Google stanno investendo massicciamente non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, India, Sud-Est asiatico e Medio Oriente. Alcuni dei più grandi progetti annunciati nel 2025 riguardano campus digitali multi-gigawatt in Francia, Arabia Saudita e Stati Uniti.

L’AI, però, pone anche un problema energetico. I data center richiedono enormi quantità di elettricità e potrebbero arrivare a rappresentare entro il 2030 fino al 5% della domanda globale di energia. Questo spiega perché il tema delle infrastrutture digitali sia ormai strettamente collegato a quello della sicurezza energetica.

La seconda direttrice strategica riguarda infatti l’energia. Gli investimenti nel settore hanno superato i 400 miliardi di dollari annui, con una crescita significativa delle tecnologie a basse emissioni. Solare, eolico offshore e idrogeno verde stanno attirando quantità crescenti di capitale internazionale. Tuttavia, il report evidenzia anche il ritorno di interesse per il gas naturale liquefatto, considerato essenziale per garantire approvvigionamenti più sicuri e flessibili.

Dopo la guerra in Ucraina, l’Europa ha accelerato la ricerca di alternative al gas russo. Da qui l’esplosione di progetti LNG negli Stati Uniti, in Qatar e in America Latina. Alcuni investimenti potrebbero ridisegnare le rotte energetiche globali, creando nuovi corridoi commerciali verso Europa e Asia.

Più incerto appare invece il futuro dell’idrogeno verde. Gli annunci di investimento sono enormi – circa 160 miliardi di dollari l’anno dal 2022 – ma molti progetti non hanno ancora superato la fase preliminare. Nessuno dei venti maggiori progetti analizzati da McKinsey risulta ancora in costruzione. Il settore resta promettente, ma frenato da costi elevati e incertezze tecnologiche.

La terza grande area strategica è quella delle materie prime critiche. Litio, rame, nichel, cobalto e terre rare sono diventati asset fondamentali per la nuova economia industriale. Batterie, semiconduttori, reti elettriche, turbine eoliche e infrastrutture digitali dipendono da queste risorse.

Negli ultimi anni gli investimenti nelle filiere minerarie e nella raffinazione sono raddoppiati rispetto al periodo pre-Covid. La Cina continua a mantenere una posizione dominante soprattutto nella raffinazione, ma Stati Uniti ed Europa stanno cercando di costruire alternative attraverso nuovi investimenti in Canada, Australia, America Latina e Africa.

Il controllo delle materie prime è ormai considerato una questione di sicurezza nazionale. La pandemia e le tensioni geopolitiche hanno dimostrato quanto la dipendenza da pochi fornitori possa trasformarsi in una vulnerabilità strategica. Per questo molte economie stanno puntando a localizzare almeno parte delle filiere produttive.

Il settore dei semiconduttori rappresenta probabilmente il caso più emblematico della nuova competizione globale. I chip avanzati sono alla base dell’intelligenza artificiale, della robotica, della difesa e delle telecomunicazioni. Oggi la produzione di semiconduttori di ultima generazione è concentrata soprattutto a Taiwan e in Corea del Sud, una dipendenza che Stati Uniti ed Europa considerano sempre più rischiosa.

Dal 2022 gli investimenti annunciati nel comparto hanno raggiunto circa 115 miliardi di dollari l’anno, cinque volte il livello del periodo 2015-2019. Gran parte di questi capitali è destinata agli Stati Uniti, sostenuti dal CHIPS Act e da massicci incentivi pubblici.

L’obiettivo americano è chiaro: riportare sul territorio nazionale una quota significativa della produzione avanzata di chip. Aziende come TSMC e Samsung stanno costruendo nuove fabbriche negli Stati Uniti, mentre anche Europa e Giappone cercano di rafforzare la propria capacità produttiva.

Gli effetti di questa trasformazione sono già visibili nella geografia degli investimenti. Gli Stati Uniti sono oggi il principale polo di attrazione mondiale per gli FDI. Gli investimenti annunciati sono quasi raddoppiati rispetto al periodo pre-pandemia, trainati soprattutto da semiconduttori, batterie e manifattura avanzata.

L’Europa cresce a un ritmo più contenuto. I flussi aumentano soprattutto grazie ai data center e ad alcuni investimenti cinesi nel settore automotive ed energetico. Tuttavia il continente fatica ancora a competere con la capacità americana di attrarre capitali attraverso incentivi pubblici e dimensione del mercato.

La Cina, al contrario, registra un forte calo degli investimenti in ingresso, ma continua ad aumentare la propria presenza internazionale. Pechino punta soprattutto sulle economie emergenti e sui Paesi strategici per le catene di approvvigionamento di energia e materie prime.

Anche India, Sud-Est asiatico e Medio Oriente stanno assumendo un ruolo crescente. L’India, in particolare, cerca di posizionarsi come alternativa produttiva alla Cina nella manifattura avanzata e nei semiconduttori. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, invece, stanno usando gli investimenti esteri per accelerare la diversificazione delle proprie economie e diventare hub energetici e digitali.

Il quadro che emerge dal report McKinsey è quello di un mondo più frammentato, ma non meno interconnesso. Gli investimenti internazionali non stanno diminuendo: stanno cambiando direzione, guidati da sicurezza economica, autonomia tecnologica e competizione geopolitica.

Tre dinamiche sintetizzano questa trasformazione: espansione nei settori legati all’AI e alle materie prime; riconfigurazione nella manifattura avanzata e nell’energia; contrazione nei comparti tradizionali, come tessile, servizi operativi e produzione a basso valore aggiunto.

Le conseguenze potrebbero essere profonde. Se anche solo il 60-80% dei progetti annunciati verrà realizzato, il mondo potrebbe assistere a una redistribuzione della capacità produttiva globale: batterie quadruplicate fuori dalla Cina, raddoppio dei data center, nuova geografia dei semiconduttori e catene energetiche meno dipendenti da singoli attori.

In questo scenario gli FDI diventano molto più di uno strumento finanziario. Sono un indicatore strategico del futuro equilibrio economico e geopolitico mondiale. Per governi e imprese la sfida non sarà soltanto attrarre capitali, ma riuscire a posizionarsi all’interno delle nuove catene del valore che definiranno la prossima fase della globalizzazione.

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