Le neuroscienze spiegano come reagisce il cervello di un investitore in stato di stress. E perché il saldo in rosso di oggi è più importante per lui del risultato di lungo periodo. Cosa può fare in questi casi di cortocircuito il consulente?
Petroliere alla fonda da settimane, missili e droni che colpiscono senza preavviso, ultimatum proclamati e modificati, negoziati infiniti. E poi il consueto carosello sui media: politici, politologi, economisti, esperti di ogni genere, giornalisti; coi cittadini comuni che si preoccupano dei rincari di carburante, generi alimentari ed energia. È lo scenario di ogni crisi, in cui accade anche che qualche risparmiatore, pur avendo tempo addietro una strategia operativa, spaventato, chiami il suo consulente per liquidare in tutto o in parte il loro portafoglio. Perché questo avviene? Che ruolo ha in questo processo la concezione del ‘tempo’? Facciamo un viaggio tra finanza comportamentale e neuroscienze per cercare la risposta.
Le fondamenta: i comportamenti
Nel 1974 Amos Tversky e Daniel Kahneman (futuro premio Nobel nel 2002) pubblicarono un articolo che cambiò il modo in cui gli economisti concepiscono la mente umana. Descrissero tre euristiche cognitive (rappresentatività, disponibilità, ancoraggio), tre ‘scorciatoie’ che il nostro cervello usa per prendere decisioni rapide in condizioni di incertezza dimostrando che producono bias sistematici e prevedibili.
Cinque anni dopo, con la loro ‘Teoria del Prospetto’ confutarono il modello dell’homo economicus su un punto fondamentale: le persone non valutano i risultati in assoluto, ma in termini di guadagni e perdite rispetto a un elemento di riferimento, di solito il possesso attuale o il prezzo di acquisto. La funzione del valore risultante è asimmetrica: una perdita pesa psicologicamente circa il doppio rispetto a un guadagno di pari entità.
Si introduce già qui una variabile temporale: “quanto avevo prima della crisi”, “quanto valeva il mio portafoglio ieri” sono considerazioni riguardo al passato che pesano sul presente in modo distorto. Uno sviluppo più diretto di questa intuizione arrivò nel 1995 con il lavoro di Shlomo Benartzi e Richard Thaler (anche lui premio Nobel nel 2017) sulla “Avversione ‘miope’ alla perdita”. La domanda era: perché gli investitori detengono così poche azioni rispetto a quanto suggerirebbero ‘i numeri’, giacché esse rendono storicamente molto più delle obbligazioni?
La risposta venne individuata nell’interazione tra avversione alle perdite e la frequenza di valutazione. Chi controlla il portafoglio ogni giorno incontra perdite molto più spesso di chi lo fa più saltuariamente perché la volatilità di breve periodo genera oscillazioni negative frequenti anche in portafogli che, però, nel lungo termine poi crescono. Esponendosi quotidianamente alla percezione del rischio si finisce per percepirlo come molto maggiore di quanto sia nella realtà. Il tempo, qui, non è più un alleato, bensì un ostacolo alle corrette valutazioni.
Un terzo contributo, autonomo ma complementare, arrivò da uno studio intitolato “Risk as Feelings” pubblicato nel 2001 da un gruppo di autori coordinato da George Loewenstein. In cui la distinzione centrale è tra emozioni anticipate ed emozioni anticipatorie. Le prime sono quelle che immaginiamo di provare in futuro: cognitive, calcolatorie, in linea di principio governabili dalla ragione. Le seconde sono quelle che proviamo ora, nel momento della decisione, in risposta a un rischio percepito nel presente: la stretta allo stomaco, l’urgenza viscerale, la paura che non aspetta, tutte cose che agiscono come forze causali autonome rispetto alla valutazione razionale, e in certi contesti la dominano.
Ciò che qui interessa è l’effetto sul tempo. Le emozioni anticipatorie, infatti, comprimono l’orizzonte temporale: il futuro smette di esistere come categoria rilevante per la decisione nel momento in cui la risposta emotiva prende il controllo. Resta solo il presente, e il presente appare intollerabile. Qual è però il meccanismo biologico che trasforma la paura in cecità temporale?
‘Tempo incarnato’ e ‘timer cerebrali’
Nel 2025 Alice Teghil e Marc Wittmann hanno scritto un articolo che rappresenta un punto di svolta. Per decenni, gli scienziati avevano ritenuto che il cervello avesse un orologio interno simile a uno digitale: un modello (definito ‘Pacemaker-Accumulatore’) in cui esistono una sorta di metronomo interno che batte costantemente dei “tic” a una velocità regolare ed un contenitore che li “raccoglie”. Per valutare il trascorrere del tempo, al cervello bastava contarli.
L’idea sottostante, pertanto, era che esistesse un sistema, separato dal resto del corpo, dedicato esclusivamente al tempo. Analizzando le meta-analisi di centinaia di scansioni cerebrali (fMRI) di persone intente a stimarlo, i due studiosi hanno scoperto qualcosa di diverso. Le aree cerebrali che si attivano con maggiore consistenza nella valutazione temporale non sono quelle associate al calcolo astratto: sono, invece, l’insula e l’area motoria supplementare. L’insula, in particolare, è l’area deputata all’interocezione, ovvero la capacità del nostro cervello di percepire e integrare i segnali provenienti dall’interno del corpo: battito cardiaco, respiro, tensione muscolare, stato viscerale. Ed è qui che risiede il nucleo dell’idea di tempo che gli autori definiscono “incarnato”.
L’esperienza della percezione della durata, in termini biologici, altro non sarebbe che il risultato del proprio corpo che cambia istante dopo istante al mutare delle nostre condizioni fisiche. In uno stato di tensione indotto, ad esempio, da uno stato di crisi -per tornare all’assunto iniziale- un battito cardiaco accelerato e condizioni di allerta del sistema nervoso (arousal) generano stress, paura, senso di urgenza, che producono una dilatazione soggettiva del tempo. Il nostro corpo, così, diventa il nostro orologio, che a volte –purtroppo- misura male il tempo.
Se Teghil e Wittmann spiegano la dilatazione del tempo sotto stress, Fabrizio Doricchi, con un gruppo di scienziati dell’Università ‘La Sapienza’, in un elaborato pubblicato su NeuroImage nel febbraio di quest’anno, spiega cosa fa il cervello quando i suoi timer interni non funzionano correttamente. Ribaltando delle convinzioni diffuse. Da tempo è noto che gli esseri umani rappresentano il tempo in termini spaziali: gesti da sinistra a destra (la scrittura, ad esempio), il passato (che è sempre) “alle spalle”, il breve termine a sinistra e il lungo a destra. Questo fenomeno, l’Associazione Spazio-Temporale dei Codici di Risposta (o effetto STEARC), era stato a lungo interpretato come l’evidenza che il cervello costruisce la percezione temporale su basi spaziali.
Il team di Doricchi ha messo alla prova questa ipotesi effettuando dei semplici elettrocardiogrammi su soggetti a cui veniva chiesto di giudicare se un intervallo visivo fosse breve o lungo premendo il tasto sinistro o destro su un’apparecchiatura. Se davvero la rappresentazione spaziale fosse primaria, l’effetto STEARC dovrebbe comparire sempre, mentre in realtà esso emerge soltanto nelle decisioni ‘lente’, ricordando che -in questo esperimento- si parla di secondi.
L’analisi dei dati chiarisce perché: nei casi di decisione non immediata, i meccanismi cerebrali di misurazione del tempo vengono attivati in modo non ottimale. È precisamente in queste condizioni che il cervello ricorre allo spazio come strategia compensativa che, come scrivono gli Autori, è «frutto di un meccanismo secondario […] innescato quando gli orologi cerebrali sono attivati in modo poco efficiente». Lo spazio, dunque, non è la base della percezione temporale: ne è la stampella, un’euristica tardiva a cui il cervello ricorre quando le sue risorse primarie per la misurazione sono sotto pressione.
Le implicazioni sul comportamento finanziario sono dirette. Quando un investitore è in stato di stress, il presente, la perdita odierna, il saldo in rosso del portafoglio, sono percepiti in modo vicino, ingombrante, ‘reale’. Il futuro, che è per definizione temporale e non spaziale, diventa nebuloso, quasi fuori dalla mappa visiva dell’interessato. Il lungo periodo, pertanto, non scompare perché l’investitore ha cambiato opinione sulle decisioni iniziali, bensì perché il suo sistema cerebrale di rappresentazione del tempo ha subito un cortocircuito e lo spazio che ha preso il posto dei timer risulta insufficiente. È un limite dell’architettura del sistema nervoso, che si attiva in modo prevedibile in condizioni di pericolo percepito.
Il consulente come ‘custode del tempo lungo’
Qual è, quindi il compito di chi assiste l’investitore? Come può un consulente integrare utilmente le conoscenze di finanza comportamentale con le recenti acquisizioni delle neuroscienze? Per prima cosa occorre riancorare il punto di riferimento, riportare il cliente al piano originale, ai suoi obiettivi di vita, ai suoi orizzonti, alle sue priorità, in modo che il riferimento sia il punto di partenza, non il valore poche settimane fa. Una perdita temporanea rispetto al massimo recente è una cosa; altro è mantenere una traiettoria coerente con un piano a dieci anni.
La seconda funzione è regolare la frequenza degli aggiornamenti in periodi di alta volatilità: calibrarla non è occultamento di informazioni, è una scelta basata su oltre 30 anni di letteratura economica. La terza, infine, quella che gli studi di Teghil e Doricchi illuminano con maggiore precisione, è contestualizzare l’emozione senza ignorarla né contraddirla: il cliente che vive intensamente (in modo negativo) una crisi non sta commettendo un errore di valutazione, sta sperimentando come i suoi timer cerebrali misurino male il tempo sotto l’effetto dello stress. Non c’è fragilità caratteriale in questo: è ciò che il sistema nervoso fa quando percepisce un pericolo. Il consulente che sa questo non chiede al cliente di ragionare più freddamente. Gli offre qualcosa di più utile: un ausilio esterno, nel momento in cui il suo orologio interno si è inceppato.
Mostrare un grafico a vent’anni non è solo comunicazione: è, in senso neurologico, un tentativo di fornire al cervello del cliente una rappresentazione spaziale del tempo più ampia di quella che il suo sistema sotto pressione riesce al momento a costruire da solo. Raccontare altre crisi passate non è storytelling consolatorio: è restituire al futuro la sua collocazione sulla mappa mentale dell’investitore, nel momento in cui l’ansia lo ha cancellato.
Per decenni la proposta di valore del wealth management ha enfatizzato concetti concreti come accesso ad informazioni qualificate, sofisticazione delle analisi, qualità dell’asset allocation. Alla luce degli studi citati, però, la funzione più difficile da replicare -probabilmente la più preziosa nei momenti critici- sembra essere di natura diversa: custodire il “tempo lungo”, inteso come capacità di agire da regolatori temporali esterni nei momenti in cui il sistema nervoso del cliente ha perso la propria bussola.
Le ricerche accademiche dicono qualcosa di preciso su cosa succede nel cervello del cliente durante una crisi, e quindi su cosa serve per accompagnarlo non a sentirsi meglio nel breve termine, ma a decidere meglio nel lungo. E il consulente che capisce questo può offrire una bussola. Il ‘tempo lungo’ non è solo un orizzonte di investimento. È uno strumento professionale, forse il più sofisticato a disposizione di chi lavora con i patrimoni. E, come mostrano le ricerche più recenti, è anche il più difficile da maneggiare: non per mancanza di metodo, ma per come la Natura ci ha costruito.