Il quadro moderatamente ottimistico che veniva descritto a metà febbraio per l’economia mondiale, con l'inflazione in riduzione e tassi di crescita di poco inferiori al 2% nel mondo avanzato e intorno al 4% nelle economie emergenti, è ormai superato. Il nuovo contesto potrebbe richiedere un aumento dei tassi di policy dalla BCE e della FED e portare i mercati verso una nuova crisi finanziaria
L’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, la decimazione del suo apparato di vertice e la reazione “a grappolo” di lanci di missili della Repubblica Islamica sui paesi vicini, nelle ultime 3 settimane, hanno avuto l’effetto di innescare una violenta crisi energetica e di far ripiombare l’economia mondiale in un limbo caratterizzato da timori, rischi, incertezze profonde sul prossimo futuro.
Mai come in questi ultimi anni, i rischi geopolitici e la frammentazione evidente del globo in “zone” sempre più chiuse stanno definitivamente sconquassando i confini elusivi delineati da quel processo di globalizzazione che, seppur con limiti e difetti, aveva caratterizzato l’epoca d’oro della great moderation tra la metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio: un periodo di crescita robusta e prezzi stabili, che aveva fatto quasi scordare l’esistenza degli scomodi trade offs tra inflazione e disoccupazione descritti in precedenza dagli economisti ed etichettati come “curva di Phillips”.
Gli attacchi hanno reso rapidamente obsolete le previsioni delle istituzioni finanziarie internazionali, delle banche centrali e dei governi. Il quadro macro, moderatamente ottimistico, che veniva descritto a metà febbraio per l’economia mondiale – con una inflazione in riduzione (seppure in alcune aree ancora al di sopra degli obiettivi delle banche centrali) e una crescita mondiale solo di mezzo punto percentuale inferiore alla media delle prime due decadi del nuovo millennio, caratterizzata da tassi di crescita di poco inferiori al 2% nel mondo avanzato e intorno al 4% nelle economie emergenti – sosteneva una cauta fiducia nel proseguire dell’anno e supportava investimenti nelle principali asset class sui mercati finanziari.
La brusca impennata nei prezzi del gas e del petrolio che ha seguito gli attacchi in Iran e la forte riduzione nella capacità produttiva in Medio Oriente hanno mostrato subito il loro micidiale potenziale negativo. Timori di una rapida ripresa dell’inflazione e di effetti fortemente negativi sulla crescita caratterizzano oggi le discussioni di ogni tavolo di vertice. Il dibattito deve internalizzare il minor spazio a disposizione per interventi da parte delle politiche fiscali, che hanno visto ovunque aumentare considerevolmente i rapporti debito/Pil negli anni successivi alla grande crisi finanziaria internazionale, alla crisi dei debiti sovrani e alla crisi pandemica. E la forte tensione delle banche centrali, di nuovo a fronteggiare spinte in direzioni opposte rispetto ai propri obiettivi di sostenere occupazione e crescita mantenendo prezzi stabili.
Le nuove proiezioni “a caldo” vedono nell’Eurozona una crescita inferiore di mezzo punto percentuale, sotto l’uno percento nell’anno in corso, con rischi al ribasso che potrebbero addirittura, in caso di prosecuzione ed inasprimento del conflitto, sostanzialmente azzerare la crescita. E una ripresa dell’inflazione che potrebbe richiedere un aumento dei tassi di policy dalla BCE, in netto contrasto rispetto alle precedenti forecast che davano la BCE ferma sui tassi di interesse e, se caso, pronta a limarli ancora verso il basso per spronare una economia ancora lenta e poco innovativa.
L’impatto è forte anche negli USA e sembra allontanare la prospettiva desiderata da Trump di una consistente ulteriore riduzione dei tassi di interesse nel corso dell’anno, anche a seguito del prossimo cambio di guida alla FED. Se a metà febbraio si scontavano almeno due altri tagli nel 2026, oggi le previsioni sono molto più caute e non si può escludere definitivamente la necessità di un aggiustamento in direzione opposta per ribadire la stance antinflazionistica della banca centrale USA.
I mercati azionari hanno lasciato circa dieci punti percentuali sul terreno in poche settimane, innervositi dalla situazione geopolitica ma anche dalla presenza di fastidiosi “scarafaggi” nel settore del private credit USA, che, e va sottolineato, è molto diverso da quello nell’Eurozona, dove il finanziamento alle imprese è ancora prevalentemente concentrato nel settore bancario e dove i crediti alle imprese da parte delle non bank financial institutions sono erogati da fondi “chiusi”, meno soggetti a “run” e che operano o senza leva o con percentuali ben inferiori di debito rispetto ai fondi di credito USA.
Una correzione di questa entità ci sta, potrebbe addirittura favorire una ripresa dei corsi azionari, ancora sostenuti da buoni utili, se le tensioni in Medio Oriente andranno a risolversi. Potrebbe ripetersi la dinamica dello scorso anno dove, dopo la correzione di marzo aprile innescata dagli annunci di Trump sui dazi, i mercati hanno ripreso a correre rapidi. La liquidità è ancora abbondante e desiderosa di impiego più redditizio di quanto offerto nel sia pure relativamente più generoso, rispetto al recente passato, settore dei Govies.
Se invece la situazione sfuggisse di controllo e il conflitto si allargasse ulteriormente, il colpo all’economia mondiale sarebbe davvero duro, una recessione non improbabile e acuita dalla pericolosa ripresa dell’inflazione. In questo caso, le asset class più rischiose ne uscirebbero male e si rischierebbe una nuova crisi finanziaria. Speriamo queste riflessioni siano condivise dagli advisors dei nostri nuovi “signori della guerra”.