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Osservatorio Banche
Risiko, ecco lo scenario delle probabili mosse

Il ridisegno del sistema bancario italiano è entrato in una fase di pausa ma non ha esaurito il suo potenziale dinamico, pronto quindi a riaccendersi nuovamente in futuro. Protagonisti, bersagli e munizioni

Silvano Carletti
Carletti

Il ridisegno del sistema bancario italiano (da molti definito risiko bancario) è entrato in una fase di pausa, ma non ha esaurito il suo potenziale dinamico ed è quindi destinato a riattivarsi in un prossimo futuro. È questa la possibile conclusione cui si perviene rileggendo le indicazioni emerse in questi ultimi mesi. 

Cominciamo dai possibili protagonisti. Dopo la forzata rinuncia a Bpm, UniCredit sta cercando una via d’uscita dalla situazione di stallo in cui si trova il suo progetto di conquistare Commerzbank. Non sono alte le probabilità che la situazione si sblocchi rapidamente e in modo favorevole; una seconda ritirata riproporrebbe il problema di dove orientare le ambizioni di crescita, ambizioni che non possono considerarsi soddisfatte da scalate di gruppi come Alpha Bank, al vertice del sistema greco (Unicredit controlla attualmente il 30% circa del suo capitale).

Altrettanto improbabile attendersi nell’immediato iniziative da parte di Bper, impegnata nell’integrazione della Banca Popolare di Sondrio, processo complesso e al tempo stesso decisivo per valorizzare l’acquisizione. Molto più complessa e incerta l’integrazione di Mediobanca da parte del Monte dei Paschi, acquisizione motivata assai più da ragioni finanziarie che non bancarie. Comunque anche nei risultati 2025 Mps evidenzia come non risolte molte sue fragilità e quindi con poco spazio per altre iniziative espansive.

Da parte sua, Bpm è riuscita (grazie anche al Golden Power governativo) a sottrarsi a UniCredit ma a prezzo probabilmente di gran parte della sua autonomia. In un futuro non lontano il Crédit Agricole (ora al 20,1%) potrebbe accrescere la sua partecipazione (la riforma del TUF presto in vigore consente di salire fino al 30% prima di dover lanciare un’Opa) e/o favorire l’aggregazione di Bpm con Crédit Agricole Italia, passi entrambi che aumenterebbero la presa sul gruppo lombardo.

Resta Intesa, il cui amministratore delegato ancora pochi giorni fa si è detto soddisfatto di essere rimasto estraneo alla “bolla del risiko bancario”. Scelta in parte obbligata: in molti ambiti del mercato creditizio italiano questo gruppo, per ragioni di Antitrust, non può fare salti di dimensione (è al 17,5% per gli impieghi totali a clientela). Parallelamente, il management si dice non interessato ad acquisire partecipazioni di minoranza. 

Da questa rapida disamina emerge che per ragioni diverse nessuno tra i gruppi al vertice del sistema bancario italiano è nella condizione migliore o ha chiara intenzione di procedere ad acquisizioni di rilievo analogo a quelle lanciate a partire da settembre 2023. Contro questa constatazione milita però la condizione dei bilanci, evidenza riproposta con forza dalla  pubblicazione dei risultati 2025. Da qui quanto ipotizzato sopra e cioè che il ridisegno del sistema bancario italiano è in una fase di pausa ma pronto a riaccendersi in un futuro non troppo lontano.

I risultati 2025 lasciano intravedere uno scenario che in pochi avevano pronosticato. Alla luce della svolta di politica monetaria avviata dalla Bce a metà 2024 e concretizzatasi in un dimezzamento dei tassi ufficiali (riduzione di oltre 2 punti percentuali) l’aspettativa generale era che i consuntivi 2024 e ancor più quelli 2025 avrebbero proposto un sensibile ridimensionamento del risultato finale. Questo in realtà non è avvenuto.

Rispetto al 2023 il totale dei ricavi dei 5 gruppi maggiori risulta nel 2025 superiore di quasi 5 mld, con costi e rettifiche su crediti rimasti invece sostanzialmente invariati. L’utile netto 2025 (al netto delle acquisizioni) è superiore del 12% a quello 2024 e del 20% circa a quello del 2023; la sterilizzazione degli effetti dovuti all’imposizione fiscale e di altri fattori one-off ridimensionano molto poco queste due percentuali. Esposto in valore, l’utile netto contabile aggregato di questi gruppi risulta nel 2025 pari 26,5 mld, in crescita di 2,8 mld rispetto al 2024 e circa 4,5 mld rispetto al 2023.

Per il ragionamento che qui si sta proponendo, di significativa importanza è anche il diffuso ottimismo che si intravede in quasi tutti i comunicati stampa. In particolare, Intesa e UniCredit ipotizzano nel 2028/29 un RoE/RoTE più elevato di 4 punti percentuali rispetto al già brillante risultato 2025.

L’utile netto prodotto può avere destinazioni diverse, non necessariamente alternative tra loro. Può essere impiegato per il rafforzamento patrimoniale oppure distribuito agli azionisti o anche accantonato per progetti d’investimento. La prima destinazione non sembra in questa fase pressante: tutti i gruppi presentano ratio patrimoniali ben al di sopra delle soglie fissate nella normativa e la qualità del portafoglio prestiti è generalmente elevata.

La seconda ipotesi è perseguita da tempo ed è confermata per l’immediato. Dalla lettura dei comunicati stampa, infatti, si ricava che l’utile prodotto nel 2025 sarà trasferito agli azionisti (dividendi più eventuali buyback) nella misura dell’85% circa, una media che riassume un intervallo compreso tra 75 e 95, valori tutti storicamente molto elevati. Questa generosa politica distributiva spiega molto della favorevole considerazione dei titoli bancari sul mercato azionario, ma è anche indirettamente una difesa rispetto a possibili iniziative ostili.

Per quanto riguarda la terza ipotesi, è opportuno evidenziare che, se è vero che un progetto di espansione/diversificazione richiede risorse, tuttavia il legame tra acquisizione e suo finanziamento non è attualmente particolarmente forte. Infatti, molte delle recenti operazioni di acquisizione sono state perfezionate (totalmente o in misura prevalente) attraverso scambio di titoli. A questo si può aggiungere che l’accesso al mercato dei titoli di debito da parte di emittenti italiani è in questa fase storica relativamente agevole e conveniente.

La domanda finale è quale potrebbero essere le direzioni di una significativa ripresa delle acquisizioni. Molto difficile ipotizzare una risposta. La lettura dei piani industriali non si rivela in genere di grande aiuto perché questi documenti sono in larga parte una celebrazione dei successi conseguiti e nella parte prospettica sono in continuità con la situazione esistente. La lettura di quelli proposti dai due gruppi maggiori lo conferma in pieno.

Per quanto riguarda Intesa, al profilo bancario si accompagna un mix sempre più ampio e articolato di attività di wealth management e assicurative che nel 2025 hanno determinato quasi metà (46%) del risultato lordo totale: 10% l’ambito assicurativo, 30% l’attività di gestione patrimoniale, 6% il risparmio gestito. Da evidenziare che l’apporto dell’attività assicurativa non è lontano da quello (viceversa contenuto) dell’attività estera (13%) ed eccede la metà di quanto prodotto dalla rete italiana nel banking tradizionale (19%). Questa forte diversificazione in campo assicurativo è avvenuta in pochi anni per effetto di rilevanti investimenti, determinando nel 2025 proventi non lontani dai 2 mld, dei quali il 40% realizzato nel ramo danni diverso da quello automobilistico.

L’articolazione delle attività di UniCredit è invece soprattutto lungo linee geografiche. Guardando alla provenienza dei ricavi, l’Italia pesa per il 45%, la Germania per il 22%, i paesi dell’Europa Centro Orientale per il 20%, l’Austria per l’11%. In termini di quote di mercato, nel 90% dei casi/attività UniCredit è tra i primi 3 operatori. Nei prossimi anni si punta a ridimensionare ulteriormente il peso dell’Italia (nel 2028 al 38% la sua quota nell’utile netto) e a portare al 60% i ricavi dai segmenti di mercato che si giudica più attraenti (private, affluent e PMI). Definire un posizionamento competitivo più autorevole rispetto all’attuale nel risparmio gestito e in campo assicurativo è un impegno che richiederà tempi più lunghi.

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