Con l'entrata in vigore, a inizio anno, del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere e con la graduale abolizione delle quote gratuite, la strategia europea sulle emissioni delle imprese è definita. Ma incontra molte resistenze...
Il sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS), per quasi vent’anni pilastro silenzioso della politica climatica dell’Unione, è diventato oggi uno dei terreni più sensibili dello scontro politico ed economico continentale.
L’apertura del cancelliere tedesco Friedrich Merz a una possibile revisione o “posticipazione” del meccanismo ha scosso i mercati, provocando il calo significativo del prezzo delle quote di CO₂ e ha ridato fiato ai malumori dell’industria europea che non ha mai mandato giù l’ETS.
La questione non è più soltanto ambientale. È industriale, geopolitica e fiscale. E tocca il cuore della strategia europea per restare competitiva in un mondo segnato da sussidi massicci, guerre commerciali e transizione energetica accelerata.
L’industria: costi insostenibili
Per le imprese energivore europee – acciaio, chimica, cemento, carta, vetro, alluminio – il problema non è l’obiettivo climatico in sé, ma la traiettoria e la velocità con cui viene perseguito.
Per anni l’ETS ha garantito ampie quote gratuite alle aziende considerate a rischio di “carbon leakage”, ossia la delocalizzazione verso Paesi con politiche climatiche meno stringenti. Rivenduti sul mercato, questi diritti gratuiti si sono trasformati spesso in lauti guadagni per quelle stesse aziende.
Con la riforma approvata nel pacchetto Fit for 55 (il pacchetto di riforme presentato dalla Commissione Europea nel 2021 come parte del Green Deal), queste quote gratuite stanno progressivamente scomparendo. Risultato: aumentano i costi diretti legati alle emissioni.
Questo a dato il destro alle imprese di alzare la voce ricordando come i prezzi dell’energia in Europa siano strutturalmente più alti rispetto a Stati Uniti e Cina e quanto in questi paesi la concorrenza sia sostenuta da politiche di aiuti pubblici molto aggressivi (come l’Inflation Reduction Act americano o il massiccio sostegno statale cinese).
Pochi giorni fa, durante lo European Industrial Summit di Anversa, la posizione delle imprese si è sintetizzata in una lettera aperta al Consiglio Europeo chiamato ad agire per evitare che l’Europa diventi “non investibile” per gli anni 2030. Questo perché le multinazionali decidono oggi dove localizzare nuovi impianti, e i costi del carbonio – come quelli energetici – pesano nei calcoli.
Gli imprenditori sostengono infatti che il carbon pricing europeo è più elevato rispetto alla maggior parte dei sistemi globali. La Banca Mondiale ha infatti contato ben 80 strumenti di calcolo del prezzo del carbonio in giro per il mondo (che coprono il 28 per cento delle emissioni globali e producono incassi per gli stati per oltre 100 miliardi di dollari), e i livelli di prezzo fuori dall’UE sono generalmente molto inferiori.
Questo, sostiene il fronte imprese, crea uno svantaggio competitivo reale. E chiede di rallentare la fine delle quote gratuite e di utilizzare più risorse pubbliche per sostenere la decarbonizzazione industriale.
Le quote gratuite: un sussidio all’inquinamento?
Sul fronte opposto, organizzazioni ambientaliste e diversi centri di ricerca contestano la narrativa industriale. Uno studio di CE Delft ha evidenziato come, tra il 2008 e il 2014, molte aziende energivore abbiano realizzato extraprofitti miliardari grazie all’assegnazione gratuita di permessi.
Il meccanismo è semplice: quando le imprese ricevono più quote di quante ne necessitino, possono rivenderle sul mercato. In altri casi, hanno incorporato nei prezzi finali un costo del carbonio che in realtà non avevano sostenuto. Il risultato, secondo lo studio, è stato un trasferimento di valore a favore delle imprese e a scapito dei contribuenti europei, che hanno rinunciato alle entrate delle aste.
La Commissione: mantenere il prezzo
Bruxelles si muove su un crinale delicato. Da un lato, non vuole compromettere la credibilità dell’Unione sul fronte climatico, soprattutto dopo aver fissato l’obiettivo vincolante di ridurre del 90% le emissioni entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990. Dall’altro, è consapevole delle tensioni industriali e politiche.
Il commissario al Clima Wopke Hoekstra ha respinto l’idea di uno smantellamento dell’ETS, la presidente Ursula von der Leyen, invece, ha aperto al rafforzamento dell’utilizzo dei proventi ETS per sostenere l’industria nella transizione.
Attualmente solo una quota limitata delle entrate derivanti dalle aste viene destinata alla decarbonizzazione industriale. L’idea è aumentare questa percentuale, trasformando l’ETS non solo in uno strumento di pressione, ma anche in un veicolo di sostegno.
La revisione prevista nei prossimi mesi sarà decisiva. Una delle opzioni sul tavolo è modulare il ritmo di eliminazione delle quote gratuite senza compromettere il percorso complessivo di riduzione delle emissioni.
Il CBAM: una leva globale?
A complicare il quadro c’è il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno e destinato a sostituire gradualmente le quote gratuite. Il principio è semplice: se un produttore straniero esporta in Europa beni ad alta intensità di emissioni (acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, elettricità), dovrà pagare un costo equivalente a quello sostenuto da un produttore europeo.
Per Bruxelles, il CBAM è la risposta strutturale al problema del carbon leakage. Per molti partner commerciali — tra cui Cina, India e Brasile — è invece una misura protezionistica mascherata da politica ambientale.
Eppure il meccanismo ha già prodotto effetti geopolitici. Poiché eventuali prezzi del carbonio pagati nel Paese di origine vengono dedotti dall’importo dovuto in Europa, diversi Paesi stanno rafforzando o introducendo sistemi nazionali di carbon pricing per trattenere in casa tali entrate. In questo senso, il CBAM potrebbe diventare uno strumento di diffusione globale del prezzo del carbonio.
La scelta strategica dell’Europa
Il dibattito sull’ETS riflette una tensione più profonda: quale modello industriale vuole perseguire l’Europa? Preferisce un modello che protegge temporaneamente i settori esistenti rallentando la pressione regolatoria?
Oppure uno che accetta costi di transizione più elevati nel breve periodo per guidare l’innovazione e conquistare un vantaggio competitivo nelle tecnologie pulite?
Gli industriali sostengono di non chiedere protezione dal cambiamento, ma condizioni per guidarlo. I difensori dell’attuale impianto temono invece che ogni arretramento invii un segnale di debolezza ai mercati e ai partner internazionali.
La revisione dell’ETS non sarà solo un aggiustamento tecnico. Sarà una decisione politica sul ruolo dell’Europa nella competizione globale e nella lotta al cambiamento climatico. E determinerà se il prezzo del carbonio resterà il perno della strategia europea, o se verrà ridimensionato in nome della sopravvivenza industriale nel breve termine.