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FINANZA GLOBALE
L'Europa prova a sfidare Wall Street

Bruxelles rilancia l’unione bancaria e punta su euro digitale e sistemi di pagamento europei per ridurre il divario con gli Stati Uniti. Il Vecchio Continente cerca autonomia finanziaria mentre cresce la competizione internazionale e si ridisegnano gli equilibri tra dollaro, euro e nuove potenze monetarie

Paola Pilati

L’Europa tenta di colmare il divario con gli Stati Uniti sul terreno finanziario, ma lo fa partendo da una posizione di debolezza strutturale: mercati frammentati, infrastrutture dominate da operatori americani e una moneta che fatica a competere con il dollaro. Dall’unione bancaria ai pagamenti digitali, fino alla battaglia per attrarre capitali globali, il confronto tra le due sponde dell’Atlantico si intensifica, mentre nuovi equilibri geopolitici mettono sotto pressione l’ordine finanziario internazionale.

L’unione bancaria incompiuta

La Commissione europea si prepara a riaprire il dossier sull’assicurazione comune dei depositi fino a 100 mila euro, uno dei pilastri mancanti dell’Unione bancaria. L’obiettivo è facilitare fusioni transfrontaliere e rafforzare la competitività degli istituti europei, che negli ultimi anni hanno perso terreno rispetto ai giganti di Wall Street.

Secondo la Banca centrale europea, circa 225 miliardi di euro di capitale e 250 miliardi di liquidità restano bloccati da barriere nazionali, impedendo alle banche di crescere e competere su scala continentale. Il risultato è un sistema meno efficiente e meno attraente per gli investitori globali.

Ma l’accordo politico resta difficile. Germania e altri paesi chiedono limiti all’esposizione delle banche rapportati al debito sovrano domestico, per evitare un comportamento del mondo del credito più incline al rischio, mentre gli Stati più indebitati come l’Italia temono che un collegamento al debito del paese possa tradursi in restrizioni penalizzanti. Il fallimento dei negoziati nel 2022 dimostra quanto il tema resti divisivo.

Pagamenti: il dominio Usa

La competizione con gli Stati Uniti non riguarda solo le banche. Nei pagamenti digitali, Visa e Mastercard controllano quasi due terzi delle transazioni con carta nell’Eurozona, mentre tredici paesi membri non dispongono nemmeno di alternative nazionali.

Con l’uso del contante in rapido declino, a Bruxelles cresce il timore che la dipendenza da operatori americani possa trasformarsi in una vulnerabilità geopolitica. Per questo un gruppo di banche europee tra cui BNP Paribas e Deutsche bank ha lanciato nel 2024 l’alternativa a Apple Pay che si chiama Wero, sistema digitale alternativo che ha già 48 milioni di utenti e punta a espandersi ulteriormente entro il 2027.

Parallelamente, la BCE spinge sull’euro digitale, visto come una base per rafforzare la sovranità monetaria e costruire una futura rete di pagamenti europea.

Anche qui, non mancano le divisioni politiche e la difficoltà di coordinamento con gli operatori privati, che rallentano il progetto. L’euro digitale dovrebbe entrare in uso nel 2029, e molti si chiedono se non sia troppo tardi per essere efficacemente competitivo.

Scommessa euro

Sul piano valutario il divario resta ampio. Il dollaro continua a dominare il sistema finanziario globale, mentre l’euro occupa un distante secondo posto e adesso rischia di essere insidiato dal renminbi cinese: Pechino infatti, per volere esplicito del presidente Xi Jinping, dovrà accelererà la propria strategia di internazionalizzazione per raggiungere l’obiettivo di diventare valuta di riserva globale.

Viceversa, gli analisti sottolineano che l’Europa non ha ancora adottato strumenti chiave per rendere la propria moneta davvero globale: innanzitutto grandi emissioni comuni di debito e poi un’estensione delle linee di swap non solo con le banche centrali delle valute principali, come fa ora, ma anche verso paesi terzi, con l’obiettivo di attirarli nell’aerea dell’euro. Senza questi passi, l’euro continuerà a faticare nella competizione con il biglietto verde.

I capitali preferiscono gli Usa

Nonostante le tensioni politiche e commerciali, gli investitori internazionali continuano a puntare sugli Usa. Nel 2025 gli afflussi stranieri hanno raggiunto circa 1.600 miliardi di dollari, con quasi 700 miliardi diretti verso le azioni americane. La profondità dei mercati, la leadership tecnologica e l’attrattiva del settore dell’intelligenza artificiale continuano a sostenere Wall Street, nonostante i timori per la scommessa miliardaria sull’AI.

Allo stesso tempo, emergono segnali di cambiamento. Alcuni grandi investitori europei stanno riducendo l’esposizione al dollaro e diversificando verso mercati europei ed emergenti, come ha fatto per esempio Amundi, il più grande gestore europeo, mentre le banche centrali aumentano le riserve in oro. La debolezza della valuta americana e l’incertezza politica stanno alimentando un lento riequilibrio dei portafogli globali.

Una sfida aperta

Ma la strada è lunga. Il confronto finanziario tra Europa e Stati Uniti resta, per ora, asimmetrico. Gli Usa possono contare su mercati integrati, una valuta dominante e un ecosistema tecnologico avanzato. E il mondo degli investimenti continua a guardare verso Wall Street, nonostante le minacce di dazi e le stranezze di Trump. L’anno scorso l’ammontare di capitali stranieri che hanno fatto man bassa di titoli made in Usa ha raggiunto la cifra di 1,6 trilioni di dollari, di cui 700 miliardi in Borsa. Un record. Si calcola che il 15 per cento dei titoli Usa sia in mano a istituzioni straniere, il 50 per cento in più di dieci anni fa. Il mantra degli investitori si chiama TINA: there is no alternative, non c’è niente che possa competere con il mercato Usa quanto a scala e liquidità.

Eppure la crescente consapevolezza delle dipendenze strategiche — dai pagamenti digitali alle infrastrutture bancarie — sta spingendo Bruxelles ad accelerare le riforme. Se riuscirà a superare le resistenze politiche e a costruire un vero mercato finanziario unico, l’Europa potrebbe ridurre il divario. In caso contrario, Wall Street continuerà a dettare il ritmo della finanza globale.

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