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POLITICA MONETARIA
Le sfide di Warsh alla Fed

A volte falco a volte colomba, il prossimo presidente della Fed dovrà conciliare le attese di Trump per un taglio dei tassi con la riduzione del bilancio della Fed e l'inflazione. Una strategia non facile

Paola Pilati

La nomina di Kevin Warsh (nella foto, fonte Fed) alla guida della Federal Reserve segna l’inizio di una nuova fase, potenzialmente turbolenta, per la politica monetaria statunitense. Ex banchiere della Fed durante la Grande Crisi finanziaria, investitore di lungo corso e critico dichiarato delle politiche espansive inaugurate dalla banca centrale con il quantitative easing, Warsh arriva al vertice dell’istituzione con un obiettivo chiaro: ridurre drasticamente il bilancio della Federal Reserve. Una linea che rischia però di entrare in rotta di collisione con le pressioni del presidente Donald Trump, da tempo favorevole a tassi di interesse più bassi per sostenere crescita e mercati.

I primi segnali di questa tensione sono già visibili. Dopo l’annuncio della sua nomina, i rendimenti dei Treasury a lunga scadenza sono saliti, con il differenziale tra i titoli a 30 anni e quelli a due anni (i più monitorati dal mercato) che ha toccato quota 1,35 punti percentuali, uno dei livelli più elevati dal 2021. Per molti investitori, si tratta di una scommessa sul fatto che la strategia di Warsh possa tradursi in un aumento dei costi di finanziamento nel lungo periodo.

Warsh non ha mai nascosto la propria avversione per l’espansione del bilancio della Fed, cresciuto fino a sfiorare i 9.000 miliardi di dollari dopo le ondate di quantitative easing successive alla crisi finanziaria del 2008 e alla pandemia del 2020. Secondo il suo punto di vista, un bilancio così ampio distorce i prezzi degli asset, altera il funzionamento dei mercati e rischia di alimentare pressioni inflazionistiche persistenti. In un discorso molto seguito lo scorso aprile, ha definito la Fed “il più importante acquirente di debito pubblico statunitense dal 2008”, sottolineando come questo ruolo abbia trasformato la banca centrale in una sorta di proxy dell’intervento statale nell’economia.

Eppure, Warsh non è considerato un falco “puro”. Il suo mentore, il miliardario Stanley Druckenmiller, del cui family office il futuro capo della Fed è partner, ha ricordato come nel corso della carriera l’economista abbia mostrato una certa flessibilità, sostenendo in alcune fasi anche politiche monetarie più accomodanti. Alcuni investitori ritengono che Warsh possa appoggiare tagli ai tassi di interesse nel breve termine, puntando sull’aumento della produttività legato all’intelligenza artificiale come fattore capace di sostenere la crescita senza alimentare l’inflazione.

Il nodo centrale resta però la coerenza complessiva della strategia. Ridurre il bilancio della Fed mentre il debito pubblico cresce e l’inflazione rimane sopra i livelli di guardia potrebbe rendere difficile, se non impossibile, un allentamento aggressivo dei tassi.

La strada che ha portato Warsh alla guida della Fed è stata lunga e politicamente complessa. Già considerato da Trump durante il suo primo mandato, era stato allora scartato a favore di Jay Powell. Dopo la vittoria elettorale del 2024, il suo nome è tornato centrale, anche grazie a una fitta rete di relazioni nel mondo finanziario e conservatore, rafforzata dai legami familiari con l’élite economica vicina a Mar-a-Lago (la famiglia di sua moglie, Jane Lauder, è tra i grandi finanziatori del presidente). Nel corso della selezione, Warsh ha superato concorrenti di peso come Christopher Waller, attuale banchiere della Fed, Rick Rieder che gestisce per BlackRock oltre due trilioni di dollari in obbligazioni, e Kevin Hassett, il capo del Consiglio economico nazionale. Ma ha anche beneficiato delle preoccupazioni di Wall Street sull’indipendenza della Fed.

Determinante è stato il sostegno, più o meno esplicito, di figure influenti come Jamie Dimon di JPMorgan, convinte che Warsh rappresenti una scelta capace di rassicurare i mercati e arginare quella che lui stesso definisce la “deriva istituzionale” della banca centrale. In più occasioni, Warsh ha criticato l’ampliamento del mandato della Fed, accusandola di essersi trasformata in un’agenzia governativa “generalista” a scapito dell’obiettivo primario della stabilità dei prezzi.

Ora, con la conferma presidenziale, si apre la vera sfida: conciliare l’indipendenza della Federal Reserve con le pressioni politiche di un presidente che chiede tassi più bassi e mutui più accessibili. Trump non ha nascosto il proprio entusiasmo, definendo Warsh “il candidato perfetto” e “l’uomo più qualificato del Paese”. I mercati, però, restano cauti. È vero, il dollaro ha reagito rivalutandosi, ma la sensazione diffusa è che l’era Warsh alla Fed sarà segnata da scelte difficili e da un delicato equilibrio tra rigore monetario, stabilità finanziaria e politica.

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