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SENSE OF ITALY/2
Siamo noi a tessere i fili invisibili del sistema Turismo

Come Confcommercio, ci siamo incaricati di una battaglia culturale per il Paese: come a lungo ci siamo battuti per far percepire il nostro mondo come imprese e non “commercianti”, così ora spostiamo il focus dell’italianità dal prodotto a tutta la catena del valore, che include arte, territorio, stile di vita, servizi

Carlo Sangalli
Carlo-Sangalli

Per molti anni, l’idea che “l’italianità” abbia sia un valore economico, sia simbolico, è stato tradotto semplicemente nell’espressione Made in Italy. Questa definizione, al mondo che Confcommercio rappresenta, – quello dei servizi del terziario di mercato – è sempre stata un po’ stretta. Perché l’espressione “Made In”, “fatto in”, racconta di un prodotto, ma non dice molto della cultura, dello stile di vita e di tutta quella filiera non produttiva, ma terziaria, che quel prodotto incorpora.

Ecco perché dall’idea di “Made” ha più senso spostare la riflessione su un’idea di “Sense” (of Italy), per sottolineare il necessario e utile passaggio dal prodotto al “percepito” intorno a quel prodotto.

Il Sense of Italy non si semplifica dunque su un marchio da riporre sopra un’etichetta, ma è un racconto, molto moderno, del Paese. Un racconto che unisce passato e futuro, diventando peraltro anche molto più complesso (se non impossibile) da copiare o riprodurre.

Il Sense of Italy è, in fondo, quello che ci rende unici. Le nostre città, che Confcommercio rappresenta economicamente attraverso le imprese del terziario, testimoniano questa storia ogni giorno. Chi visita l’Italia non porta con sé solo un ricordo, ma un desiderio crescente: quello di rivivere le atmosfere, i sapori e la qualità del nostro modo di vivere.

Così esportazione e competizione sui mercati internazionali sono un lato di un’unica medaglia, e l’altro è quello dell’attrattività che poi si capitalizza anche attraverso il turismo.

Con il Sense of Italy, come Confcommercio, ci siamo incaricati di una battaglia culturale per il nostro Paese: come a lungo ci siamo battuti per far percepire il nostro mondo come imprese e non “commercianti”, così ora spostiamo il focus dell’italianità dal prodotto a tutta la catena del valore, che include arte, territorio, stile di vita, servizi.

Bisogna valorizzare, insomma, il terziario di mercato. È proprio questo comparto il motore della crescita occupazionale negli ultimi trent’anni. Ma, se i numeri non si discutono, la narrativa sul settore ha bisogno di una nuova luce, anche per trovare nuove soluzioni ai problemi del settore.

A partire dal commercio di prossimità che popola le città e le rende uniche e che sta soffrendo, stretto tra le minacce della desertificazione, dell’abusivismo e della contraffazione.

La chiusura di negozi nei centri storici e nelle periferie, sommata alla concorrenza sleale e alla crescita delle locazioni turistiche brevi, mette sotto pressione la vivibilità dei centri urbani.

Qualità dell’impresa, qualità del lavoro e qualità della vita è l’orizzonte di impegno degli stessi corpi intermedi. Corpi intermedi e parti sociali contribuiscono a costruire la fiducia, a tessere quei fili invisibili che sono poi i legami – come la sussidiarietà e la solidarietà – che tengono insieme le comunità.

E il ruolo di Confcommercio, in ottanta anni di presenza e di impegno è quello di rendere più resistenti, direi antifragili, i “fili invisibili” che tengono insieme città e territori, economia e società, persone e comunità.

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