Come garantire sicurezza e difesa comuni per salvaguardare lo sviluppo economico e politico dell’Unione? Assicurare la sostenibilità ambientale? Incrementare competitività e produttività industriale per consolidare la leadership europea nelle tecnologie emergenti e rilanciare la crescita? Una bussola per i naviganti
L’economia mondiale è entrata in una fase in cui i rapporti di forza tendono a prevalere sulle regole e sulle istituzioni multilaterali. La competizione tra Stati Uniti e Cina, il ritorno di conflitti armati nel continente europeo e l’uso crescente di sanzioni, controlli sulle esportazioni e restrizioni tecnologiche, hanno trasformato l’interdipendenza in una fonte di vulnerabilità strategica. In un mondo organizzato in reti e catene globali del valore, il controllo di infrastrutture logistiche, cavi sottomarini, dati, semiconduttori, sistemi di pagamento e materie prime critiche diventa parte integrante della competizione di potenza. In questo contesto, l’incertezza e il rischio entrano nella quotidianità dell’attività economica: l’integrazione internazionale non è soltanto una fonte di efficienza, ma anche un potenziale fattore di coercizione.
Per l’Unione europea questo cambiamento pone problemi particolarmente complessi. Le sue istituzioni sono nate e si sono consolidate in un ordine internazionale relativamente cooperativo; oggi devono operare in un contesto conflittuale, nel quale la sicurezza incorpora dimensioni economiche, industriali, tecnologiche ed energetiche. Economia e sicurezza non possono più essere considerate sfere separate, come ha fatto in passato l’Europa: la resilienza del mercato interno dipende dalla capacità di proteggere filiere strategiche, ridurre dipendenze concentrate e reagire rapidamente a shock e pressioni esterne, senza rinunciare ai vantaggi dell’integrazione internazionale.
L’Europa è di fronte così a una triplice sfida: i) garantire sicurezza e difesa comuni per salvaguardare lo sviluppo economico e politico dell’Unione; ii) assicurare la sostenibilità ambientale attraverso politiche ambiziose di contrasto al cambiamento climatico e di promozione della crescita industriale verde; iii) incrementare competitività e produttività industriale per consolidare la leadership europea nelle tecnologie emergenti e rilanciare la crescita.
La prima componente della sfida riguarda la difesa e sicurezza economica. Per decenni l’Europa ha beneficiato dell’ombrello Nato e dei finanziamenti americani e ha potuto concentrare le sue risorse su ricostruzione, welfare e integrazione. Oggi, però, l’aumento del rischio geopolitico e l’unilateralismo predatorio dell’America di Trump rendono indispensabile un salto di qualità: più capacità comuni, meno frammentazione degli investimenti, maggiore interoperabilità e una base industriale della difesa più integrata.
Aumentare la spesa è necessario, ma non sufficiente: conta ancor più come si spende. La moltiplicazione di programmi nazionali, piattaforme e standard ha ridotto finora le economie di scala e rallentato l’innovazione. Serve ora una maggiore integrazione degli appalti, della ricerca e della produzione, anche attraverso coalizioni di Paesi pronti ad andare avanti e procedere più rapidamente, per aumentare l’efficienza e rafforzare l’autonomia operativa europea.
Parallelamente alla dimensione militare, la sicurezza economica è emersa come priorità dell’UE negli ultimi anni, a fronte della crescente “weaponization” dell’interdipendenza promossa da attori come Cina e Stati Uniti. Proteggere il mercato interno significa presidiare tecnologie a duplice uso, rafforzare i controlli sugli investimenti e sulle esportazioni sensibili, diversificare gli approvvigionamenti, prevenire pratiche sleali e aumentare la capacità di risposta a crisi energetiche, sanitarie o tecnologiche. L’obiettivo non è la chiusura, ma la riduzione del rischio: mantenere integrazione nei mercati globali e, al tempo stesso, ridurre vulnerabilità che possono essere sfruttate da altri attori come strumenti di pressione.
La seconda sfida è la transizione verde. La decarbonizzazione non è soltanto un imperativo climatico: è un passaggio strutturale per modernizzare la base industriale produttiva, rafforzare la sicurezza energetica e aprire nuovi spazi di innovazione. Ma comporta costi immediati e benefici differiti, con impatti distribuiti in modo diseguale tra settori, territori e famiglie. Senza politiche e strumenti robusti di accompagnamento – compensazioni mirate, protezione sociale, politiche attive del lavoro, riqualificazione delle competenze, investimenti in reti e infrastrutture – il rischio è un rigetto politico e sociale della transizione. Come in parte sta già avvenendo. Per una risposta efficace occorrono realismo e pragmatismo nelle scelte, che significano rendere la transizione equa e credibile: non solo fissare obiettivi, ma anche adottare strumenti e risorse, con un coordinamento europeo più forte delle politiche fiscali e sociali.
La terza sfida interessa competitività e produttività dell’economia europea. L’Europa sconta un arretramento relativo rispetto ai principali concorrenti, soprattutto Stati Uniti e Cina, aggravato da prezzi dell’energia più elevati, investimenti insufficienti e da un ritardo tecnologico in aree cruciali della rivoluzione digitale, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale. Nel frattempo, la politica industriale è tornata al centro in tutti i maggiori paesi, spinta dalla transizione climatica, dalle tecnologie di frontiera e dalla competizione geopolitica. Per l’Unione la scelta è se restare ancorata a un approccio prevalentemente regolatorio o dotarsi di una strategia industriale coerente, capace di concentrare risorse su settori e tecnologie che generano vantaggi comparativi dinamici, innovazione scalabile e spillover, evitando la dispersione in sussidi generalizzati.
Colmare il divario tecnologico richiede soprattutto agire su scala europea e stanziare adeguate risorse finanziarie. Servono investimenti più consistenti in ricerca avanzata, ecosistemi di innovazione integrati e mercati dei capitali più profondi per finanziare la crescita dimensionale delle imprese innovative, soprattutto nella fase di scale-up. Il mercato unico resta l’asset principale dell’Europa, ma è tuttora incompleto nei servizi, nelle telecomunicazioni, nell’energia e nel digitale: proprio dove si genera produttività e si diffondono più rapidamente le nuove tecnologie. Accelerare l’integrazione dei servizi e del digitale, valorizzare appalti pubblici innovativi e costruire ecosistemi europei di ricerca e innovazione sono condizioni essenziali per una ripresa della produttività.
Tutto questo accentua il nodo delle risorse finanziarie. Le esigenze per transizione verde e digitale, sicurezza economica e difesa superano la capacità degli strumenti oggi disponibili, mentre vincoli di bilancio e frammentazione nazionale limitano l’azione dei singoli paesi. Senza un rafforzamento della capacità fiscale comune e senza meccanismi europei in grado di mobilitare capitale pubblico e privato, l’Unione rischia di inseguire obiettivi ambiziosi con mezzi insufficienti. Servono regole più coordinate e strumenti comuni di cofinanziamento, insieme al completamento di una vera Unione dei mercati dei capitali e del risparmio e degli investimenti. Anche la gestione degli aiuti di Stato è un test cruciale: se troppo permissiva e basata su capacità fiscali nazionali asimmetriche, rischia di frammentare il mercato interno e ampliare le divergenze tra Stati membri.
La triplice sfida – sicurezza, sostenibilità, competitività – non può essere affrontata con politiche separate. Un approccio olistico e integrato appare necessario per accrescere la resilienza dell’UE agli shock geopolitici, minimizzando gli effetti negativi sulla crescita e rafforzando la sicurezza economica complessiva. Deve poggiare su quattro pilastri: difesa comune e industria militare più unificata; sicurezza economica che riduca le vulnerabilità senza rinunciare all’apertura; politica industriale e tecnologica selettiva e orientata a missioni; strumenti finanziari europei e mercati dei capitali integrati per finanziare beni pubblici comuni. Solo così l’Europa potrà rafforzare la propria presenza geopolitica, sostenere la crescita e difendere i propri interessi e valori in una economia mondiale sempre più instabile e conflittuale.