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Il NYSE e l'uso dei token nel trading. Dubbi e vantaggi

Il NYSE annuncia una piattaforma di “tokenizzazione”. Ma non sappiamo ancora se la decentralizzazione è un problema o opportunità per la finanza...

Salvatore Luciano Furnari
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Dopo “soli” 6 anni dalla nascita del fenomeno della Finanza Decentralizzata (e “solo” dopo 13 dalla creazione di Ethereum e 18 da quella di Bitcoin), il NYSE annuncia una piattaforma per “tokenizzare l’esperienza del trading”. In questo contesto, la domanda più importante che ci si dovrebbe porre è: “sarà una piattaforma decentralizzata oppure no?”

Nel dibattito contemporaneo su blockchain e finanza digitale, la decentralizzazione è spesso presentata come (al minimo) un “fattore di rottura” rispetto ai modelli tradizionali di intermediazione. In ambito finanziario, tuttavia, il tema assume una rilevanza più profonda, poiché incide direttamente su presìdi fondamentali come la vigilanza, la trasparenza e la prevenzione del riciclaggio.

L’annuncio del NYSE dimostra che, sebbene dopo svariati anni, molti dei vantaggi economici e sistemici della decentralizzazione sono ormai ampiamente riconosciuti. La riduzione dei costi di intermediazione, l’accesso diretto ai servizi finanziari e la possibilità di evitare forme di censura arbitraria rappresentano elementi centrali dell’attrattività dei sistemi decentralizzati. Andando oltre l’evento in commento si può anche aggiungere la partecipazione attiva degli utenti alla governance dei protocolli, che introduce dinamiche nuove rispetto alla finanza tradizionale.

Accanto a questi benefici, emergono però criticità strutturali che sembrano limitarne la “vera” adozione. L’assenza di un intermediario identificabile rende più complesso l’intervento dell’autorità esterna e pone interrogativi rilevanti in materia di antiriciclaggio. I tradizionali obblighi Anti-Money Laundering sono costruiti attorno a soggetti responsabili e controllabili; nei sistemi decentralizzati, questa architettura entra in tensione con la distribuzione del potere decisionale e operativo.

Proprio su questo snodo si concentra una parte crescente della riflessione giuridica e regolatoria. Sempre più spesso, anche nel confronto tra operatori e istituzioni, viene evidenziata l’esigenza di superare una lettura puramente oppositiva tra decentralizzazione e controllo. In questa prospettiva si collocano gli studi e le analisi che propongono di integrare i presìdi di legalità direttamente nell’architettura dei protocolli, trasformando il codice in uno strumento di prevenzione ex ante.

Secondo questo approccio, il protocollo non è solo un’infrastruttura tecnica, ma può diventare un meccanismo imparziale di garanzia, capace di incorporare regole, limiti e filtri coerenti con gli obiettivi antiriciclaggio. Una linea di analisi che, anche in ambito accademico e professionale, viene sempre più spesso richiamata per affrontare casi ad alta complessità nel settore della DeFi e dei sistemi decentralizzati.

Resta tuttavia aperto un problema preliminare, di natura definitoria. L’assenza di una nozione giuridicamente condivisa di decentralizzazione rischia di alimentare incertezze applicative e fenomeni opportunistici, come la cosiddetta “Decentralization in Name Only” (DINO), in cui assetti di controllo concentrato vengono mascherati da strutture formalmente decentralizzate. Una definizione chiara diventa quindi essenziale per distinguere tra modelli autenticamente decentralizzati e soluzioni meramente nominali.

Nel contesto finanziario, e in particolare rispetto alla disciplina antiriciclaggio, la decentralizzazione non può essere letta né come un ostacolo insormontabile né come una soluzione automatica. È una variabile strutturale che richiede un ripensamento degli strumenti di regolazione. Un ripensamento che, come dimostrano le analisi più avanzate e i contributi sempre più citati nel dibattito di settore, passa dalla capacità di coniugare innovazione tecnologica, governance e legalità in modo coerente.

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