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“Operazioni baciate”: i contratti sono nulli

Giovanni Mollo
Giovanni Mollo

Nota all’opinione pubblica è la vicenda delle “azioni finanziate”, frutto delle c.d. “operazioni baciate”, che caratterizzò l’operatività di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. (di seguito BPVi) e di Veneto Banca S.p.A. (c.d. banche venete). Tali operazioni consistevano, essenzialmente, nella concessione di un finanziamento da parte della Banca a propri clienti, impiegato, contestualmente, nella sottoscrizione di azioni o obbligazioni subordinate della stessa Banca. 

Di recente la vicenda è passata al vaglio del Tribunale di Venezia che ha giudicato nulli i contratti di finanziamento stipulati nell’ambito delle citate operazioni.

In particolare, il Tribunale si è trovato a giudicare la richiesta di due clienti della BPVi di considerare invalida l’operazione di finanziamento, strumentale all’acquisto di azioni della stessa Banca finanziatrice, al fine di ottenere il riconoscimento dell’inesistenza del relativo debito.

Il giudice, accogliendo la domanda dei due clienti, ha ritenuto nulli i contratti di finanziamento e di collocamento delle azioni della banca per violazione del divieto imposto dall’art. 2358 c.c.. 

Lo scopo di tale regola è quello di evitare usi distorti delle operazioni di assistenza finanziaria all’acquisto di azioni proprie, poiché l’operazione si presta ad essere strumento per l’esercizio di un’influenza degli amministratori sull’assemblea.

È evidente che gli amministratori, favorendo l’ingresso di soci “amici”, possano alterare a loro favore la maggioranza assembleare. L’articolo 2358 mira ad evitare tale rischio ma, allo stesso tempo, riconosce che l’assistenza finanziaria, se correttamente utilizzata, può essere un valido strumento per perseguire l’interesse sociale.

L’articolo 2358, infatti, impone che l’assistenza finanziaria può essere concessa solo previa autorizzazione dell’assemblea straordinaria della società, la quale si pronuncia a seguito di una relazione degli amministratori che illustra, tra l’altro, le ragioni e gli obiettivi imprenditoriali che la giustificano e lo specifico interesse che l’operazione presenta per la società. Viene così stabilita una procedura tesa a garantire che l’operazione di assistenza finanziaria all’acquisto di azioni proprie, evitando usi distorti, sia finalizzata a perseguire interessi imprenditoriali. 

Tale procedura non era stata rispettata nella concessione di assistenza finanziaria all’acquisto di azioni proprie da parte di BPVi. 

Per riconoscere la nullità del contratto, non essendo viziato il contenuto, il Tribunale ritiene, in conformità ad un orientamento della Cassazione, che l’area delle norme imperative la cui violazione determina la nullità del contratto ex art. 1418, co. 1, c.c. va oltre rispetto al solo contenuto del contratto, ricomprendendo anche le norme che vietano la stipulazione del contratto stesso. 

Quindi, nel caso di collocamento di azioni in violazione del divieto imposto dall’art. 2358 c.c., “la sanzione è quella della nullità”, in quanto solo il rispetto delle condizioni prescritte nella stessa norma consente di superare il divieto. 

Data la natura cooperativa della banca, il giudice ha dovuto giustificare l’applicazione dell’art. 2358, previsto per le società per azioni, anche alle società cooperative. Innanzitutto, il Tribunale evidenzia che l’art. 2358 costituisce uno strumento a tutela del capitale sociale che, come dimostra la legislazione in materia, è centrale anche nelle società cooperative. Sotteso al ragionamento del giudice vi è, poi, la seconda argomentazione secondo cui lo scopo mutualistico, che caratterizza la società cooperativa, non comprende in sé l’assistenza finanziaria. L’esclusione dell’assistenza finanziaria dallo scopo mutualistico giustifica l’operazione in parola solo nel caso in cui l’intervento della società sul proprio assetto proprietario sia finalizzato al perseguimento di interessi imprenditoriali o di specifici interessi della società.

Nel giudizio in esame, infine, la concessione di assistenza finanziaria da parte degli amministratori senza la preventiva autorizzazione dell’assemblea viene ricondotta anche al classico tema dell’incidenza delle limitazioni del potere di gestione sul potere di rappresentanza.

Il principio contenuto nell’art. 2384, co. 1, c.c., in base al quale “il potere di rappresentanza attribuito agli amministratori dallo statuto o dalla deliberazione di nomina è generale”, non è un principio assoluto. Lo stesso, infatti, deve essere riempito di contenuto, selezionando tra le disposizioni limitative del potere degli amministratori quelle in grado di riflettersi anche sui rapporti esterni.

Il criterio in base al quale attribuire rilevanza esterna alle norme che limitano i poteri degli amministratori va individuato nel grado di definizione della norma, e cioè considerando solo quelle disposizioni che si caratterizzano per una puntuale descrizione dei limiti al potere di gestione degli amministratori. Considerato il grado di dettaglio delle regole contenute nell’art. 2358 c.c., i vincoli con essa imposti agli amministratori sono destinati a riflettersi anche nei rapporti tra la società ed i terzi, travolgendo, per altra via rispetto a quella sopra vista, gli atti posti in essere in violazione delle citate inderogabili disposizioni.

In conclusione, l’assistenza finanziaria è ammissibile solo in quanto strumentale al conseguimento degli interessi propri dell’impresa, ed il rispetto della procedura in base alla quale può essere concessa ne è la garanzia.