Industria del gioco e benessere sociale: tutto dipende dal prezzo

di Alberto Casagrande e Marco Spallone

Nel 2016 il settore dei giochi in Italia ha raggiunto i 95 miliardi di euro, di cui 77 miliardi hanno rappresentato le vincite dei giocatori, e ha reso all’erario intorno ai 10 miliardi, in crescita del 24% rispetto al 2015. Essendo un’industria regolata dallo Stato, per massimizzare il benessere sociale la sua regolazione implica la soluzione di un difficile trade-off tra le diverse componenti del welfare: le entrate, la sostenibilità economica dell’industria e l’utilità per i consumatori.

Per suggerire un approccio metodologico alla soluzione di tale trade-off, abbiamo rappresentato il mercato dei giochi attraverso un modello economico semplificato che include i principali attori:consumatori (giocatori), produttori (concessionari) e regolatori (Stato e agenzie statali).

Il risultato principale dell’analisi è che la massimizzazione del benessere collettivo implica un prezzo per unità di gioco pari a quattro volte il prezzo di un’unità di consumo alternativa.

Dimostriamo, inoltre, che un aumento della tassazione sui profitti dei concessionari non impatta sul benessere sociale, ma ne altera la composizione: le entrate fiscali aumentano e i profitti diminuiscono, mentre i consumatori rimangono indifferenti.

Al contrario, un aumento della tassazione sulle vendite ha un impatto negativo sul benessere sociale poiché provoca un aumento dei prezzi che riduce il potere d’acquisto dei consumatori e, conseguentemente, il loro benessere. Tale effetto negativo è amplificato quando l’aliquota fiscale sulle vendite supera il 70%.

Il testo è tratto dall'articolo pubblicato su:

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