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Fenomeno speculativo o denaro globale?

Criptovaluta e moneta: tutte le differenze

Federico Bozza
Federico Bozza

Le criptovalute rappresentano la forma più compiutamente sviluppata di una moneta complementare di tipo digitale, più aperta, ma al tempo stesso particolarmente simile in molti aspetti alle monete intese in senso tradizionale. 

La Banca Centrale Europea, in merito alle possibili analogie con le monete tradizionali, ha precisato che le monete virtuali, in quanto prive di un apparato normativo che gli riconosca un valore solutorio, difetterebbero di una delle prerogative tipiche della moneta intesa in senso tradizionale. Ciò nonostante, detta circostanza non influirebbe sulla loro capacità di circolazione, attesa l’utilizzazione su base consensuale. L’eventuale diffusione del fenomeno, così come il riconoscimento di una funzione monetaria in senso stretto, dovranno essere coordinate con una puntuale riflessione sulle funzioni tipiche della moneta tradizionale, ovvero mezzo di pagamento, unità di conto e riserva di valore. 

La dottrina sul fenomeno criptovalutario è divisa tra chi le ritiene una peculiare forma di investimento speculativo, e chi invece le considera una moneta virtuale globale potenzialmente in grado di sostituirsi alle valute standard.

In generale, la criptovaluta può essere considerata come la prima valuta virtuale open source controllata e generata sfruttando i principi della crittografia attraverso l’algoritmo di un software libero, quindi non protetto da copyright, modificabile dagli utenti e progettato per implementare il protocollo di comunicazione e la rete peer-to-peer. Quest’ultima consente lo scambio di criptovalute grazie ad un database distribuito tra i nodi della rete Internet, i quali, detenendo traccia di ogni operazione effettuata nel tempo, ne verificano l’autenticità. 

Rispetto al sistema tradizionale, quello criptovalutario conosce un bassissimo costo di transazione, data l’assenza di soggetti diffusi da remunerare. Infatti, non essendo caratterizzato dalla presenza di alcun supporto fisico tradizionalmente inteso, questo sistema non è influenzato dalle tante voci di spesa relative alle operazioni di stoccaggio, autentificazione, trasporto e sicurezza, tipiche delle monete aventi corso legale.  Pertanto, non stupisce che una transazione realizzata mediante criptovaluta abbia un costo di transazione stimato tra lo 0% e l’1% rispetto al valore corrispondente, mentre per quelle realizzate mediante valute standard vi sia un’oscillazione compresa tra il 2% e il 5%. 

Naturalmente, le criptovalute costituiranno un diffuso mezzo di pagamento in relazione all’effettivo numero di operatori disposti ad usarle. Conseguentemente, osserveremo una drastica riduzione della diffusione del fenomeno, laddove il numero dei venditori che utilizzano le criptovalute quale mezzo di pagamento per i beni e servizi offerti, e dei consumatori dotati dei supporti informatici necessari alla loro utilizzazione, sia relativamente basso. Ad oggi, le criptovalute non possono considerarsi valuta di scambio globale, sia per l’esistenza delle peculiari difficoltà dovute all’esternalità di rete, sia per il loro utilizzo limitato alla sola dimensione consensuale. Molti ritengono che il limite intrinseco per una completa diffusione sia dato dal suo marginale utilizzo rispetto ad un volume di pagamenti giornalieri pari a 295 milioni di operazioni effettuate in valuta standard all’interno dei soli confini europei. 

Procedendo ad una valutazione funzionale, si deve osservare che il denaro si distingue dagli altri beni giuridici per la sua capacità di soddisfare un bisogno nel tempo, e non necessariamente nell’immediato, grazie alla sua elevata accettazione. Questa particolarità è in parte riscontrabile anche nel sistema criptovalutario, attesa la capacità di conservazione delle criptovalute in particolari sistemi informatici che consentono di posticiparne l’utilizzazione. Peculiarità condizionata però da un’accettazione incerta ed imprevedibile in virtù di una circolazione, ricordiamo, esclusivamente consensuale. 

Un’ulteriore problematica è data dall’irreversibilità delle transazioni effettuate mediante criptovalute e dalla conseguente irripetibilità. A causa dell’assenza di strumenti di risoluzione delle controversie a tutela delle parti, le transazioni commerciali in criptovaluta sono caratterizzate da un elevato livello di rischio per gli utenti. Di conseguenza, la correzione di una transazione per inadempimento, o per frode, potrà realizzarsi solo mediante un accordo tra le parti, che ad oggi appare impensabile. 

La forma informatica in cui queste esistono e circolano non permette di utilizzarle al di fuori della blockchain, per questo gli utenti attualmente posseggono solamente indirizzi che consentono di ricevere o spendere criptovaluta.

La criptovaluta come unità di conto

Riflettendo sulla capacità delle criptovalute di costituire una particolare unità di conto, si deve precisare che queste, al pari di una qualsiasi valuta standard, dovrebbero misurare il valore di scambio ed il valore di mercato dei beni e servizi offerti, nonché di quantificare il volume di tutte le transazioni economiche effettuate mediante la fissazione dei prezzi e la contabilizzazione dei debiti e dei crediti associati al passaggio di proprietà dei beni o dei servizi, senza però un contestuale regolamento in moneta. 

In particolare, al fine di voler ricondurre il fenomeno criptovalutario alla capacità di costituire un’unità di conto, non si potrà che riflettere sugli aspetti della divisibilità pressoché infinita e sulla particolare volatilità di cui sono caratterizzate. Codesta divisibilità delle criptovalute comporta la determinazione dei prezzi dei beni e servizi offerti nel mercato di riferimento mediante l’uso di svariate cifre decimali. Detta caratteristica implica rilevanti conseguenze: se da un lato le criptovalute permettono di misurare accuratamente il valore delle transazioni realizzate di qualsiasi tipo o entità, dall’altro per i consumatori risulta particolarmente complesso individuare i prezzi effettivamente praticati. 

La fluttuazione dei prezzi, inoltre, porta con sé ulteriori costi diretti e indiretti per gli operatori di mercato che si avvalgono delle criptovalute. Per questo motivo, i venditori potranno conseguire un prevedibile calo di redditività dai beni e servizi offerti in criptovaluta sul mercato, se non provvederanno ad un costante e simultaneo aggiornamento dei tassi di cambio concretamente applicati. Tale rilievo è particolarmente problematico per chi, offrendo beni e servizi con determinazione dei prezzi in criptovaluta, acquista in valuta tradizionale materie prime necessarie alla realizzazione dei beni offerti, conseguendo dalla discrepanza dei prezzi considerati perdite assai rilevanti. 

L’estrema sofisticatezza del sistema dà spazio all’innovazione tecnologica e alla continua ricerca di soluzioni conseguenti alle criticità emerse. In particolare, sono state create delle piattaforme digitali, le quali, attingendo in tempo reale ad informazioni proprie del mercato valutario, sono in grado di facilitare i venditori nella determinazione dei prezzi, garantendo al contempo l’ampliamento dell’opzione di spesa per i consumatori. In tal modo, avvalendosi dell’operatività di queste piattaforme, i venditori possono fissare i prezzi dei beni e servizi offerti in valuta, consentendo al contempo ai consumatori di visualizzare i prezzi in costante e simultaneo aggiornamento in riferimento al tasso di cambio applicato in quel momento alla criptovaluta. 

In conclusione, è quindi possibile affermare che queste peculiarità non consentono attualmente di riconoscere nelle criptovalute un’efficace unità di conto. 

La criptovaluta come mezzo di pagamento

Ad oggi l’operazione di pagamento rappresenta l’insieme di procedure manuali o elettroniche, nonché materiali o virtuali, con cui la circolazione della moneta si realizza negli scambi di merci e servizi e nelle operazioni finanziarie. 

In Europa, con la Direttiva 2007/64/CE viene regolamentato il sistema dei servizi di pagamento applicabile all’intero territorio dell’Unione. In detta disposizione non ritroviamo alcun riferimento, neppure analogico, al sistema criptovalutario. In tal modo, non potremmo ricondurre, nemmeno in via estensiva, il concetto di fondi o di operazioni di pagamento alle criptovalute, in quanto le stesse, data la loro dimensione informatica, non consentono agli operatori di individuare un atto disposto dal pagatore o dal beneficiario di collocare, trasferire o ritirare fondi dal proprio conto di pagamento, indipendentemente da eventuali obblighi esistenti tra le parti. 

Nel sistema criptovalutario, difatti, l’interazione tra gli utenti e la rete avviene attraverso l’indirizzo, il quale non può essere considerato un conto dato, ma rappresenta uno pseudonimo della chiave pubblica non collegato all’utente utilizzatore, se non nella particolare forma della pseudonimia, per l’appunto. 

Il network assicura l’operatività simultanea del trattamento e della compensazione sui vari “conti” senza la necessaria intermediazione di alcun soggetto. In ultimo, con un particolare sforzo, potremmo immaginare il sistema criptovalutario come un’innovativa rimessa di denaro, nella quale realizzare un servizio di pagamento dove i fondi utilizzati dal pagatore circolino senza la necessità di avere un proprio conto dato, con la sola finalità di trasferire una somma corrispondente al beneficiario o ad un altro soggetto.

La criptovaluta come riserva di valore

L’ulteriore prerogativa della moneta, ovvero la riserva di valore, potrebbe essere riscontrata nelle criptovalute in virtù della loro capacità di mantenere un valore costante nel tempo. Una moneta, come detto, è dotata di un’intrinseca riserva di valore, tale da permettere acquisti dilazionati nel tempo effettuati dai detentori, consentendogli al contempo di accumulare ricchezza. Detta prerogativa deve essere necessariamente riscontrata negli strumenti di pagamento. Nelle valute standard questa caratteristica si realizza mediante la politica anti-inflazionistica operata dalle banche centrali, mentre le criptovalute per loro natura non risultano soggette ad alcuna spinta inflazionistica. 

Le valute standard come detto, risultano sottoposte alle spinte inflazionistiche in quanto la progressiva perdita di valore nel tempo è conseguente alla maggiore quantità di monete messe in circolazione, e al rapporto di questa quantità con la ricchezza reale prodotta in termini di beni e servizi offerti nel mercato. Differentemente, le criptovalute risultano essere sottoposte alla solo spinta deflazionista data la predeterminazione del numero massimo di unità esistenti generate attraverso la potenza computazionale posseduta dalla rete dei miners diffusi nel network di riferimento. Questa caratteristica le assimila all’oro, il quale, attesa la sua ridotta unità, è in grado di aumentare il proprio valore nel tempo. 

La volatilità dei prezzi, l’incapacità di sicurezza e l’imprevedibilità dei tassi di cambio effettivamente praticati non consentono alle criptovalute di essere considerate quali riserve di valore. 

La criptovaluta, ipotesi di definizione

Attualmente, ogni riflessione sul fenomeno criptovalutario, sia nel suo senso statico che dinamico, è viziata dall’incapacità di ricondurvi le definizioni di valuta, moneta, titolo o strumento di pagamento, categorie che per la loro natura di assiomi non necessitano di essere definiti. Ed infatti, l’impossibilità di definire il concetto giuridico di criptovaluta rende fallace e superabile ogni tentativo di inquadramento del fenomeno concretamente inteso, dato il particolare polimorfismo di cui ogni sistema criptovalutario risulta dotato. 

Pertanto dovremo concludere che, pur attingendo a tutte le definizioni economiche o giuridiche in nostro possesso, le criptovalute, ad oggi, non possono essere oggetto di una definizione generale, univoca, condivisa e condivisibile. Detta circostanza non dovrà però arrestare il compito della comunità scientifica e del Legislatore, i quali riflettendo sul fenomeno criptovalutario saranno chiamati ad individuare una categoria normativa di riferimento, realizzando un auspicabile passo in avanti rispetto all’attuale panorama legislativo, assicurando così al diffuso mercato degli investitori la tutela necessaria.