Gen 2014
16
Politica Economica

C’è rigore e rigore

Giorgio Di Giorgio

D’accordo: in recessione la politica fiscale dovrebbe essere espansiva. Eppure riduzioni chirurgiche della spesa pubblica potrebbero avere un impatto benefico. Soprattutto se collegate a tagli di imposte o all’aumento degli investimenti dove sono necessari.

Il dibattito in corso, non solo in Italia, sull’opportunità di proseguire sulla strada del consolidamento fiscale prevalentemente attraverso riduzioni di spesa, merita una riflessione seria ed equilibrata, che contemperi le esigenze di breve periodo con argomenti favorevoli invece a migliorare le condizioni per lo sviluppo futuro di un paese o di una area.

La teoria Keynesiana, come noto, suggerisce di utilizzare in modo anticiclico la leva fiscale per aiutare l’economia a superare momenti, come quello attuale nell’eurozona, caratterizzati da stagnazione dell’attività economica ed elevati tassi di disoccupazione. Si tratterebbe dunque, nell’attuale contesto, di aumentare la spesa pubblica, o ridurre le tasse su lavoro e imprese, espandendo il deficit di bilancio, altro che consolidamento!

D’altro canto, un semplice grafico che metta in relazione il rapporto tra la spesa pubblica totale (o anche solo la spesa primaria) e il prodotto interno lordo di diversi paesi omogenei, quali ad esempio i paesi Oecd, e il loro tasso di crescita, riferendosi ai valori medi calcolati su un periodo sufficientemente lungo (15 anni), evidenzia una associazione statistica negativa tra le due grandezze: paesi caratterizzati da minori rapporti spesa pubblica /Pil mostrano performances economiche migliori. Si tratta solo di una correlazione, da cui non è possibile trarre convincimenti relativi a rapporti evidenti di causa ed effetto.

Tuttavia almeno una considerazione sembrerebbe indicare che qualche punto a favore di una strategia di medio periodo di consolidamento fiscale, inteso come riduzione e soprattutto ricomposizione della spesa pubblica, nell’area dell’euro, esista. Tale considerazione è relativa alla diversa composizione, in quasi tutti i paesi, delle componenti private e pubbliche della domanda aggregata. Se infatti nel settore privato, in media il rapporto tra consumi (spesa corrente) e investimenti (spesa in conto capitale) è di solito compreso tra 3 e 4, nel settore pubblico, lo stesso rapporto è spesso compreso tra 10 e 15, con punte che arrivano a superare il 20. Se gli investimenti sono la componente della domanda aggregata che consente di espandere la frontiera efficiente della produzione, di stimolare la ricerca e l’applicazione della stessa ai processi produttivi, allora è ovvio che laddove c’è più settore privato, in media ci sono più investimenti, e quindi più crescita e sviluppo.

Le lezioni da trarre per l’Italia (e non solo) sembrano due.

La prima: il momento migliore per realizzare politiche fiscali restrittive basate esclusivamente su tagli di spesa non è durante una recessione.

La seconda: i tagli di spesa corrente sono comunque funzionali, in una ottica di medio lungo periodo, al contenimento di settori pubblici troppo invadenti e burocratici, che risultano poco compatibili con contesti economici dinamici orientati alla crescita. Questi tagli dovrebbero comunque essere accompagnati in parte da riduzioni di tasse e in parte da aumenti di investimenti pubblici “virtuosi”, nel campo delle infrastrutture, sia materiali che immateriali, e in capitale umano.

La revisione della spesa va quindi intesa non solo come “riduzione”, ma soprattutto come “ricomposizione” e “riqualificazione” della stessa.

Sottostante la scelta dei settori dove “usare il bisturi”, sarebbe auspicabile un dibattito aperto e di alto tenore sul modello di Stato sociale da realizzare a 5 anni da oggi, evidenziando benefici e costi di sanità, istruzione, trasporti e altri servizi erogati dal settore pubblico in alternativa al settore privato. E un dibattito informato e trasparente sulla necessità, oltre che sull’opportunità, di una difesa nazionale piuttosto che “Europea”, dei livelli di governo utilmente attivabili, oggi e nella prospettiva di una più compiuta integrazione dell’area dell’euro domani, di come affrontare tematiche importanti quali l’invecchiamento della popolazione, l’assistenza sociale e sanitaria, la lotta alla povertà.

Di questo dibattito sono rinvenibili solo poche tracce sulla stampa e nelle dichiarazioni sia di esponenti della politica, che della cosiddetta società civile. Ma è da qui che occorre partire per aggregare il consenso intorno ad una visione del funzionamento dell’economia e della società che è ancora prevalentemente caratterizzata, almeno nel nostro paese, da superficialità, generalità, evanescenza.

allegato

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