Paolo Sestito

Paolo Sestito
Capo del Servizio Struttura economica di Banca d'Italia

Laureato con lode in Economia e Commercio a Napoli (1983), ha un MBA ISTAO (Ancona, 1984) e un M.Sc. in Economics (1986, with "distinction") di LSE.

Entrato in Banca d'Italia nel 1984, ha lavorato per un anno in Vigilanza a Milano e dal 1986 al 1997 al Servizio Studi, assumendo la responsabilità dell'ufficio congiuntura e poi dell'ufficio prezzi e mercato del lavoro.

Economic Adviser del Direttore Generale nella DG ECFIN della Commissione Europea (1997-1999) e Consigliere Economico del Ministero del Lavoro (2000-2006).

È stato commissario straordinario e presidente dell'INVALSI (2012-13).

In ambito OCSE ha presieduto il Board del Programme for International Assessment of Adult Competencies (2008-13), rilasciato l'8 ottobre 2013, l'Employment and Social Affairs Committee (2006-08) e il Working Group on Employment (2001-06).

Politica Economica | 3 Gennaio 2019

A tre anni di distanza dal varo del Jobs Act (JA) cerchiamo di riassumere alcune valutazioni su questa riforma, forse la principale del governo Renzi, che tenta di portare a compimento alcuni degli interventi effettuati a partire dalla legge Fornero n. 92/2012 (governo Monti) fino al decreto Poletti del 2014, lungo tre direttrici:

  • contrastare il dualismo tra contratti permanenti e temporanei, snellendo e razionalizzando il ricorso ai secondi (anche contrastando il ricorso a collaborazioni e spesso finte “partite iva”) e riducendo i timori delle imprese circa le conseguenze dei licenziamenti dei lavoratori a tempo indeterminato;
  • rendere universale e quindi più equo il sistema degli ammortizzatori sociali, contrastandone i possibili effetti distorsivi sull’offerta di lavoro con un rafforzamento delle politiche attive (tradizionalmente pressoché assenti in Italia);
  • spostare l’asse della contrattazione salariale collettiva verso il livello aziendale o comunque locale, sì da accrescerne l’adattabilità a fronte delle mutevoli e variegate situazioni esistenti sul territorio.

Tali indirizzi avrebbero dovuto completare e complementare le riforme, di liberalizzazione ma solo al margine, attuate nel quindicennio precedente (in primis il cd pacchetto Treu, del 1997, e la cd riforma Biagi, del 2003). Queste, pur non prive di benefici, avevano infatti accresciuto il dualismo tra occupati permanenti e temporanei, acuito la carenza di ammortizzatori per i secondi in caso di perdita d’un posto di lavoro e le criticità discendenti dalla storica assenza di politiche attive del lavoro.

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