World Economic Outlook Update

FMI: le previsioni di crescita migliorano, ma i rischi non mancano

di Giovanni Parrillo

La crescita

Al Forum di Davos il FMI presenta l’aggiornamento delle sue previsioni economiche. Il futuro è roseo: la crescita mondiale si attesterà al 3,7% nel 2017, con un contributo importante e abbastanza inatteso dell’Europa e dell’Asia, e potrà raggiungere il 3,9% nel 2018 e 2019, in aumento rispetto alle previsioni precedenti, in particolare per l’impatto positivo atteso dalla riforma fiscale Usa, che stimolerà gli investimenti grazie agli sgravi fiscali. Il contributo complessivo della riforma Trump, sia diretto che come stimolo al commercio mondiale, è valutato ad un tondo + 0,1%, pari a circa la metà della crescita mondiale addizionale prevista per il biennio. Si tratta di un effetto importante ma temporaneo. La cessazione degli sgravi fiscali negli Stati Uniti determinerà quindi un rallentamento a partire dal 2022.
Risultati migliori delle aspettative si sono registrati nel terzo trimestre del 2017 in particolare in Germania, Giappone, Corea e Usa; fra le economie emergenti hanno fatto bene Brasile, Cina e Sudafrica.
In maggior dettaglio, per quanto riguarda la riforma fiscale Usa, il responso del Fondo è chiaro: la crescita è attesa aumentare fino al 2020, portando le previsioni dal 2,3 al 2,7 per cento per il 2018 e dall’1,9 al 2,5 per il 2019. Poiché la riduzione delle tasse non sarà compensata da tagli di spesa, questa si rifletterà sia in un aumento del deficit delle partite correnti, sia del disavanzo pubblico. Quest’ultimo - secondo l’FMI - richiederà comunque successivi interventi correttivi. Al contrario non si temono particolari effetti negativi sull’inflazione. La riforma infine potrebbe far aumentare le diseguaglianze nel paese, in quanto - in base a stime della Commissione fiscale congiunta del Congresso - il beneficio maggiore sarà per le famiglie a più alto reddito rispetto al segmento medio e a quello basso.


I rischi sono nel medio termine e nel settore finanziario

Anche se l’ottimismo non manca - e si basa sul supporto reciproco prodotto dalla ripresa e da condizioni finanziarie più distese - dove sono i rischi in questo scenario? La risposta è: come sempre nel settore finanziario, anche se solo nel medio termine. Anzi nel breve, la ripresa economica potrebbe incoraggiare ulteriormente le quotazioni nei maggiori mercati finanziari.
Un po’ per l’esperienza storica delle bolle, un po’ per la consueta prudenza, il Fondo monetario non manca di mettere in guardia - così come aveva fatto anche nelle previsioni di ottobre - contro l’elevata valutazione delle attività finanziarie e i premi al rischio temporale molto compressi. Condizioni monetarie meno distese sono attese un po’ ovunque ed è questo il primo fattore di tensione. Una correzione dei valori di mercato potrebbe così minacciare nel medio termine la fiducia e la crescita. A innescare la miccia potrebbe essere in particolare una crescita maggiore del previsto della “core inflation” - ovvero dell’inflazione “di lungo periodo” che non tiene conto degli elementi con maggiore volatilità nei prezzi - fenomeno che potrebbe rendere vulnerabili sia le economie avanzate che quelle emergenti.
Se negli Usa l’inflazione non desta particolari preoccupazioni e la restrizione monetaria è attesa esplicarsi in modo molto graduale, non è detto altrettanto per i paesi con grossi debiti da rifinanziare o con grosse esposizioni in dollari non coperte.

In maggior dettaglio, il Fondo individua tre tipi di rischi:

  • Accumulo di vulnerabilità finanziarie. Se le condizioni di politica monetaria rimarranno particolarmente distese, la ricerca di maggiori rendimenti continuerà ad orientare gli investimenti verso aziende e paesi più rischiosi. Il tema, sollevato con forza dall’FMI nel Global Financial Stability Report ad ottobre 2017 (cfr. link ) è acuito dall’accumulo di debito, pubblico e privato. Inoltre, la crescita dell’indebitamento non-finanziario delle imprese richiede ulteriori forme di regolamentazione, che a sua volta potranno portare alla luce nuove debolezze relative alla qualità degli attivi;
  • Aumento delle politiche protezionistiche. La rinegoziazione del NAFTA e la Brexit potrebbero creare nuove barriere al commercio con effetti negativi sugli investimenti globali e sull’efficienza produttiva e un aumento degli squilibri nelle bilance dei pagamenti (è recentissima poi la notizia che l’amministrazione Trump si appresta a varare nuovi dazi). La sfida è invece quella di avere una crescita più inclusiva e una riduzione dei disavanzi, incluso quello Usa;
  • Fattori non economici. I rischi maggiori sono quelli politici, legati alle tensioni in Medio Oriente e in Est Asia e alle prossime tornate elettorali in vari paesi (Brasile, Colombia, Italia e Messico) e climatici. La siccità e altre calamità naturali potranno far aumentare i flussi migratori e i relativi problemi.

È il momento buono per le riforme

Il dato di fondo è che il momento economico è molto favorevole e - secondo il Fondo - è appunto questo il momento ideale per porre mano alle riforme strutturali. Si tratta di un’occasione che non deve essere sprecata e che riguarda la necessità di rendere la crescita maggiormente inclusiva e duratura. Se la politica monetaria rimarrà comunque accomodante, è allora compito della politica fiscale di guardare al medio termine, assicurando la sostenibilità fiscale e rafforzando le capacità produttive delle economie.

In sintesi, le riforme strutturali auspicate dal Fondo dovrebbero porsi due obiettivi di fondo:

  • aumentare la crescita potenziale in tutti i paesi – e in particolare in quelli affetti da invecchiamento della popolazione - rafforzando la partecipazione al lavoro e riducendo le diseguaglianze;
  • aumentare la resistenza del sistema finanziario attraverso una regolamentazione proattiva, la riduzione del debito, ove necessario, e il rafforzamento di buffer fiscali che consentano di affrontare condizioni avverse.

Le riflessioni del FMI, offerte ad una platea mondiale, acquistano indubbiamente un valore particolare per l’Italia, affetta da un debito molto alto, da un settore bancario ancora in via di consolidamento, da una crescita che - seppure molto importate rispetto alla stagnazione del passato - è la metà di quella dell’eurozona e riguarda ancor meno le famiglie. Se, come dice il Fondo, la congiuntura attuale è la migliore per attuare le riforme, che cosa possiamo aspettarci in Italia, dove la campagna elettorale sembra avviata nella gara a chi promette di più?

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