DIBATTITO/ AUSTERITY E SPESA PUBBLICA

Tante promesse, ma poco coerenza

Paolo Guerrieri, ordinario di economia alla Sapienza, senatore Pd, va diritto al punto: «Leviamoci dalla testa che ci siano scorciatoie: il debito va ridotto». Ma come si fa? Le vecchie ricette non sono così salde, e il fatto che nessuno avesse previsto la crisi e la sua gravità ha messo in difficoltà anche gli economisti. «È vero. Tutti i modelli macroeconomici avevano marginalizzato il settore finanziario che è stato origine della crisi, si considerava che quel settore, rispetto alla moneta e all'economia reale fosse secondario. Quando poi la crisi finanziaria si è trasformata in crisi economica e sociale, è stata spazzata via la fede nella capacità di autoregolazione dell'economia, e la riflessione è ripartita da zero con l'obiettivo di disegnare le soluzioni possibili e in quali condizioni si possono attuare. Ma non scordiamoci che poi è il policy maker che deve scegliere. Tra i tanti trade-off tra costi e benefici, spetta ad altri, non agli economisti, scegliere».

Resta il fatto che il mondo degli economisti oggi si tiene alla larga dalla campagna elettorale. Non le sembra che ci sarebbe bisogno di qualcuno che facesse chiarezza, e giustizia di tante false promesse?

«L’imprevedibilità della crisi ha prodotto due reazioni nell’ambiente. La prima è stata quella dell'arroganza. Nulla è successo, basta ripristinare il predominio dei modelli di un tempo, il paradigma del passato... Questo “teatrino della restaurazione” è molto forte e radicato nel potere accademico. Poi c'è la seconda reazione, di quanti hanno preso atto che non possono dire che è il mondo che è fatto male, ma che è il modello macroeconomico che deve cambiare. È un atteggiamento eclettico, che supera l'illusione del mercato super efficiente, e che si muove tra più “modelli” di riferimento. Attenzione però: questo atteggiamento richiede ancora più rigore perché devo dimostrare che ciò che metto insieme è coerente. Questo percorso è ancora all’inizio, e ha tante voci che non cantano all'unisono in nome di una verità economica dominante».

Lei alla domanda posta nel paper Codogno-Galli come risponde: la disciplina di bilancio può essere controproducente?

«La riposta è: dipende. Perché rientrare dal debito è un obiettivo di tutti, anzi una pre-condizione di tutti, ma è il percorso prospettato che è diverso. E qui non manca tanto la voce dell'economista, ma la coerenza del decision maker, perché se dice voglio aumentare la spesa pubblica e anche tagliare le tasse, è incoerente. L'eclettismo è stato tradotto in termini di policy, con il risultato che ognuno può dire quello che vuole... lo chiamerei piuttosto dilettantismo, inganno ai cittadini elettori».

Che cosa devono avere sempre presente gli elettori?

«Il fatto che ogni anno occorre piazzare 400 miliardi di debito pubblico, e che un terzo è in mani straniere. Comunque governare sarà un bagno nella realtà. E anche se esistono risposte diverse ai problemi non è vero che siano tutte formulabili indipendentemente dalla coerenza».

Il cavallo di battaglia di queste elezioni è la flat tax. C’è una flat tax buona e una versione cattiva?

«Un buon esempio di aliquota unica è quello proposto dall'istituto Bruno Leoni, che esplicita però anche il contesto, le altre cose che vanno fatte: se non tocco le detrazioni fiscali, per esempio, la ricetta non sta più in piedi. Ma questo vale anche per il percorso di aggiustamento, che vuol dire crescita adeguata ma anche risparmio pubblico: ma quanto? E come dosare il gradualismo minimizzando i costi e massimizzando i vantaggi per i cittadini? Spero che la reazione del cittadino elettore di fronte a certe promesse sia “mi stai prendendo in giro”. Perché, aldilà della propaganda, con risorse scarse la prima lezione dell'economia è che per fare qualcosa devo rinunciare a qualcos'altro. Ora è esattamente in contrario».

 


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