23-May-2018
IMMIGRAZIONE E FAKE NEWS

Sorpresa, lo straniero è utile

di Giuseppe De Arcangelis

Quali sono gli effetti economici dell’immigrazione e dell’emigrazione in Italia e in Europa? Un fenomeno che ha riguardato 34 milioni di persone e che è quadruplicando in Italia negli ultimi 15 anni, superando i 5 milioni.
Quali sono gli effetti sul nostro mercato del lavoro? Come è possibile far funzionare il meccanismo UE per la riallocazione dei rifugiati?
Questi ed altri ancora i temi che verranno discussi nel convegno di ECONOMIA ITALIANA alla Sapienza il 24 maggio anticipati in questo articolo dal coordinatore del Convegno.

Gli effetti economici delle migrazioni internazionali sono divenuti solo recentemente uno dei temi di analisi più dibattuti nell’intera comunità degli economisti e tra le principali istituzioni nazionali e internazionali di politica economica. Sebbene specificamente rivolto al problema delle migrazioni forzate, Robert Shiller, presidente dell’American Economic Association, ha aperto la riunione annuale 2016 dell’Associazione con un richiamo morale agli economisti di occuparsi del problema delle diaspore umanitarie. L’abbassamento dei costi di trasporto e la globalizzazione delle informazioni hanno accelerato e intensificato un fenomeno che è insito nella storia umana, ma che negli ultimi decenni si è caratterizzato per la diversità nell’origine dei flussi, soprattutto in alcuni paesi come l’Italia. La teoria economica insegna che la diversità nei soggetti economici può essere fonte di opportunità e di aumenti di efficienza secondo il principio dei vantaggi comparati, ma è anche origine di sfide, soprattutto nel campo sociale dell’integrazione, che occorre saper governare.

L’Italia e gli altri paesi del Sud dell’Europa si trovano sulla frontiera, così come gli stati del Sud degli USA a ridosso del Rio Grande che rappresentano le prime (forse non ultime) mete dei migranti messicani e sudamericani. Non a caso Italia e Spagna hanno visto un aumento esponenziale della presenza straniera durante i primi anni del 2000, almeno fino alla Grande Recessione del 2008-2009. Grande diversità nei flussi in entrata e rapidità dell’incremento degli stock di presenze straniere sono le due caratteristiche principali del fenomeno migratorio in Italia, come anche in Spagna.

Nel caso dell’Europa e, in particolare dell’Italia, le conseguenze economiche dell’immigrazione possono essere analizzate sia in un’ottica di medio-breve periodo – effetti sul mercato del lavoro e sulla struttura produttiva – sia in un’ottica di lungo periodo – guardando alla demografia e quindi, ad esempio, alla sostenibilità dei sistemi di sicurezza sociale.

I contributi pubblicati sul numero 1/2018 di Economia Italiana -presentato il 24 maggio in un Convegno presso l’aula multimediale del Rettorato della Sapienza -si concentrano sugli aspetti di medio-breve periodo presentando risultati originali e arrivando a conclusioni che vanno a sfatare percezioni diffuse, ma non comprovate dai dati.

Prima di analizzare alcuni effetti sull’economia italiana, Hillel Rapoport riassume nel suo contributo i principali provvedimenti europei che sono stati adottati in materia di immigrazione forzata e, seguendo quanto suggerito da Robert Shiller, come economista presenta una proposta di allocazione che tenga conto sia dei desiderata dei migranti, sia delle preferenze dei paesi. L’articolo descrive il meccanismo di matching TRAQs che, se adottato secondo i passi sequenziali proposti, potrebbe evitare sia il free-riding dei paesi (ovvero la volontà di tirarsi indietro o di offrire aiuti umanitari scarsi), sia i movimenti successivi dei migranti dal paese di ingresso iniziale a quello considerato da loro ottimale.

Il primo articolo sull’economia italiana ad opera di Cozzolino, Di Porto, Martino e Naticchioni rappresenta l’analisi più dettagliata possibile dell’occupazione straniera nel campo del lavoro dipendente (ovvero quasi due terzi del totale dell’occupazione straniera) utilizzando l’universo dei rapporti di lavoro dal 1995 al 2015. L’articolo si basa sulla banca dati che l’INPS ha reso disponibile recentemente per studi economici. Oltre alla descrizione dell’occupazione migrante, gli autori effettuano una comparazione tra i lavoratori italiani e i lavoratori stranieri. Come per altri paesi, si nota una complementarietà nella distribuzione dell’occupazione, ovvero i migranti sono maggiormente presenti in quei settori – come le costruzioni o i servizi alberghieri – dove la quota di nativi è sottorappresentata. Anche in termini di tipologia dell’occupazione i migranti sono relativamente sovra-rappresentati nella categoria degli operai, mentre prevalgono nettamente gli italiani tra gli impiegati e i quadri. Nell’intero periodo dal 1995 al 2015 le tendenze in termini relativi sono accentuate in termini assoluti, ovvero le quote di lavoratori italiani sono aumentate tra impiegati-quadri e sono diminuite tra gli operai, mentre per i migranti si è osservato l’opposto.

Il secondo aspetto interessante dell’occupazione migrante dipendente è la sua elevata mobilità che risulta sempre superiore a quella degli occupati italiani secondo ogni dimensione, sia quella geografica, sia quella aziendale. La maggiore propensione allo spostamento fa immaginare che i lavoratori migranti siano più sensibili agli eccessi di domanda a livello geografico e aziendale e quindi comporti minore concorrenza con i lavoratori italiani e maggiore efficienza nel sistema.

Infine, la questione salariale. Gli autori registrano l’esistenza di un divario atteso tra italiani e stranieri che tende ad allargarsi nei vent’anni dell’analisi: il salario mediano dei migranti è del 30 per cento più basso di quello dei lavoratori italiani nel 1995 ed è inferiore del 40 per cento nel 2015. Questo divario è principalmente dovuto ad un effetto composizione, ovvero al fatto che i migranti sono più concentrati nei settori a bassi salari. Quando si astrae da questo effetto e si comparano migranti e italiani nello stesso settore, con le stesse caratteristiche di istruzione e di esperienza, il divario è ancora a favore degli Italiani, ma si riduce a meno del 10 per cento ed è peggiorato molto meno rispetto al 1995.

Gli autori mostrano alcune stime del possibile effetto dell’offerta di lavoro migrante sui salari dei lavoratori italiani sfruttando la dimensione geografica dei sistemi locali del lavoro. In linea con la complementarietà evidenziata, l’effetto sui salari degli italiani dell’offerta di lavoro migrante non è mai negativo, ma positivo, anche se molto contenuto e nell’ordine dello 0,1 per cento.

Nel saggio successivo l’oggetto di analisi è l’effetto della migrazione sulla struttura industriale. Avendo a disposizione manodopera aggiuntiva dai migranti (anche a salari non superiori), come hanno reagito le imprese? Si è avuto un effetto sulla composizione dell’output con un vantaggio per quei settori che utilizzano tecniche a maggiore intensità di lavoro? Oppure le imprese hanno optato per un cambiamento delle tecniche a favore di quelle a maggiore intensità di manodopera? Bloise e Mariani rispondono a queste domande proponendo un’analisi con dati a livello di impresa ed effettuando una scomposizione nella variazione temporale dell’utilizzo dei principali fattori di produzione. Le loro conclusioni portano ad un effetto prevalente sulle tecniche produttive, invece di una variazione della composizione dell’output. L’analisi prende in considerazione varie caratteristiche dei settori, non ultimo l’esposizione alla concorrenza internazionale rispetto ai settori produttori di beni e servizi non commerciabili.

L’ultimo articolo di Camacho, Mariani e Pensieroso è una riflessione teorica sul ruolo della politica fiscale – più precisamente, di variazioni della tassazione o dell’attività di contrasto all’evasione – e della politica commerciale in un contesto di economia aperta caratterizzato da un settore “tradizionale” in parte informale, dove si può impiegare migrazione irregolare. Gli autori sottolineano come in un’economia aperta alcune misure di politica fiscale possono avere un effetto diversificato sulla dimensione del settore informale e sull’immigrazione illegale. Ad esempio, una riduzione della tassazione sulle società o un aumento del contrasto all’evasione renderebbero meno attrattivo produrre nel settore informale, ma la sua riduzione non necessariamente porterebbe ad una riduzione dell’immigrazione illegale. Gli autori mostrano che tale riduzione si avrebbe se ci fosse complementarietà tra nativi e migranti illegali: la ridotta dimensione del settore informale comporterebbe innanzitutto una riduzione di domanda di nativi disposti a lavorare illegalmente, quindi la complementarietà tra nativi e migranti spiegherebbe la diminuzione nella domanda di migranti illegali. Anche l’apertura internazionale, nel momento in cui favorisce il secondo settore “moderno” (interamente regolare), comporta una riduzione del settore “tradizionale”, caratterizzato almeno in parte da lavoro irregolare, e comporterebbe una riduzione di domanda di migranti illegali nel caso di complementarietà con i nativi.

Il messaggio principale che gli autori vogliono sottolineare è che misure di politica fiscale o decisioni di maggiore apertura commerciale possono avere effetti indiretti, ma rilevanti, anche sulla migrazione illegale e talvolta essere utilizzati proprio come strumenti di politica migratoria, oltre che di politica fiscale o di politica commerciale. Queste considerazioni sono particolarmente importanti per un’economia come quella italiana, caratterizzata da un settore informale non trascurabile all’interno dei settori produttivi tradizionali e da complementarietà tra migranti e nativi. Accanto alle misure dirette di controllo della migrazione illegale è importante considerare gli effetti di interventi di politica economica che solo apparentemente non sono collegati alla migrazione, in particolare quella irregolare.

Accanto all’analisi di medio-breve periodo affrontata in questi saggi, non meno urgenti e rilevanti sono anche le questioni di lungo periodo. Lo squilibrio demografico tra le due sponde del Mediterraneo è stato da tempo riconosciuto come un fattore rilevante nella determinazione dei flussi migratori da Sud a Nord, non meno importante del divario salariale e di reddito pro-capite. Ma allo stesso tempo l’invecchiamento della popolazione in Sud Europa potrebbe beneficiare da una migrazione governata, generalmente composta da individui di età media più bassa dei nativi. Ci auguriamo che questioni rilevanti come questa possano trovare maggiore spazio in un dibattito pubblico qualificato ed estraneo a posizioni ideologiche precostituite, così come i saggi qui presentati.

* Professore Ordinario di Economia Internazionale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche, Sapienza Università di Roma, giuseppe.dearcangelis@uniroma1.it.

1 https://www.project-syndicate.org/commentary/economic-research-contribution-to-asylum-reform-by-robert-j--shiller-2016-01/italian

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