29-Mar-2018
FISCO&BANCHE

Quei 40 miliardi nei bilanci delle banche italiane che la riforma Trump può mettere in pericolo

di Gandalf*

La recente riforma fiscale Usa impone una riflessione sulla crescente competizione tra sistemi fiscali, anche sul fronte banche. E riporta sotto i riflettori un tema finora accantonato che riguarda le banche italiane: la questione delle Dta (deferral tax asset )cioè le imposte anticipate , in pratica la possibilità di iscrivere in bilancio il controvalore di una posizione soggettiva verso l’erario che consentirà di non pagare imposte in anni successivi. Meccanismo legittimo, ma che è arrivato a rappresentare nei bilanci del sistema bancario italiano la cifra di 40 miliardi in termini di attivi. Un ammontare finora preservato dalle banche, che hanno accettato una corporate tax più alta di quella del resto delle imprese per difenderlo. Ma cosa succederà ora che con la aliquota ridotta dalla riforma Trump le banche Usa hanno rideterminato le proprie Dta sui bilanci 2017, annunciandone già i benefici in termini di competitività?

Andiamo con ordine.

La recente riforma fiscale Usa (Tax Cuts and Jobs Act, in vigore dal 2018) introduce numerose significative innovazioni, tra le quali la riduzione della corporate tax dal 35 al 21 per cento, raggiungendo un livello inferiore, anche se prossimo, a quello esistente nelle principali economie dell'area euro per la tassazione, nazionale e locale, dei redditi d’impresa.

La Bce ha analizzato (Economic Bulletin 01/2018) gli effetti macroeconomici di tale riforma, rilevandone le potenzialità in termini di crescita del Pil nel breve periodo e maggiore incertezza sugli effetti di lungo periodo. La Bce segnala anche che l’area dell’euro risentirà degli effetti della manovra fiscale Usa e che vi è da attendersi un’intensificazione della competizione tra sistemi fiscali, con una probabile erosione della base imponibile nell’Unione Europea.

Evidentemente anche le banche Usa sono destinate a beneficiare della riforma. Tuttavia, nelle scorse settimane, i bilanci 2017 delle principali banche Usa hanno rilevato l’impatto della riforma con rilevanti oneri, da considerarsi non ricorrenti, per lo più legati alla rideterminazione delle imposte anticipate e dei crediti fiscali esteri.

Quale esempio della riforma fiscale Usa appaiono emblematici i dati di Citi: 22,6 miliardi di dollari di rettifiche non-cash registrate nel quarto trimestre del 2017, di cui 12,4 miliardi per il ricalcolo delle imposte anticipate per effetto della citata riduzione dell’aliquota fiscale e l’avvio di un sistema fiscale “quasi-territorial”, 7,9 miliardi per accantonamenti a fronte di crediti fiscali esteri e 2,3 miliardi per la riduzione di crediti fiscali legati al rimpatrio di utili da strutture al di fuori degli Usa; l’impatto sul patrimonio del Gruppo risulta di circa il 10 per cento, mentre meno significativa è l’incidenza di tali aggiustamenti sul capitale regolamentare, stimato in 6 miliardi, e sui vari coefficienti regolamentari (40 bps in termini di riduzione del Cet1 ratio).

Oneri rilevanti hanno riportato per analoghe motivazioni gli altri principali gruppi bancari Usa ed anche altri gruppi, quali Credit Suisse, con un’estesa proiezione internazionale e con significativa attività negli Usa.

A fronte di impatti negativi nell’ultimo trimestre 2017, i gruppi richiamati hanno anche fornito indicazioni sui futuri benefici: Citi segnala un miglioramento della tassazione effettiva di 5 punti percentuali e del ritorno sul capitale tangibile di 200 bps, per effetto della riduzione strutturale della tassazione e di quella, una tantum, del patrimonio tangibile rilevata a fine 2017.

I principali effetti immediati della riforma sono legati, pertanto, alla rideterminazione delle imposte anticipate per effetto della modifica dell’aliquota della corporate tax, con un onere non ricorrente registrato nel quarto trimestre 2017. A fronte della rideterminazione delle attività fiscali alle nuove regole a fine 2017, le banche Usa possono far prefigurare un ulteriore miglioramento, strutturale e rilevante, della redditività.

Come ricordato, l’aliquota nominale sul reddito d’impresa dei principali paesi europei non si discosta troppo da quella USA; in Italia l’aliquota del 24 per cento della corporate tax è in vigore in Italia per la generalità delle imprese dal 2017, ad eccezione degli enti creditizi e finanziari, per i quali è prevista un’addizionale del 3,5 per cento.

Il motivo della penalizzazione, secondo alcuni solo apparente, per il settore creditizio sta proprio nell’interesse manifestato di preservare il rilevante ammontare iscritto nell’attivo dei bilanci degli enti creditizi e finanziari a titolo di attività per imposte anticipate (Dta), per lo più legato alle svalutazioni su crediti, che hanno conosciuto sino al 2015 un regime di deducibilità ripartito su più esercizi (in passato fino a 18 anni), ed alle perdite di esercizio più recentemente fatte rilevare da alcuni intermediari. Attivi che si quantificano, su dati di fine 2016, a circa 40 miliardi, con un’elevata incidenza su capitale e riserve (circa 230 miliardi a fine 2016) delle banche: capitale e riserve che un’eventuale riduzione dell’aliquota imporrebbe di rideterminare (al ribasso) così come avvenuto negli Usa dopo l’approvazione della riforma nel dicembre 2017.

L’eventuale eliminazione dell’addizionale del 3,5 per cento in Italia produrrebbeinsomma dei benefici per gli intermediari finanziari, ma non nella stessa misura per tutti. Ne beneficerebbero di più, ad esempio, gli intermediari di recente costituzione, le aziende più redditizie e quelle con meno legami con il passato; avrebbe un maggiore impatto (anche se una tantum), sia sul patrimonio di vigilanza che su quello civilistico, per gli operatori con imposte anticipate di rilevante entità rispetto ai mezzi patrimoniali.

Al riguardo, rileva il fatto che il dato di sistema nasconde situazioni assai differenziate: ad esempio, tra le banche c.d. significant vigilate direttamente da BCE in alcuni casi l’incidenza delle DTA sul patrimonio è insignificante (la banca il cui valore è più basso fa registrare appena il 7,4 per cento), in altri rappresenta una quota assai rilevante del patrimonio (il valore più alto supera il 50 per cento).

In generale però l’eliminazione di questo elemento di penalizzazione per il sistema bancario può fornire un contributo all’allineamento alle condizioni prevalenti nei principali paesi europei. Soprattutto in considerazione del fatto che le normative regolamentari sull’introduzione dell’IFRS 9 sono destinate a determinare per alcuni intermediari l’emergere di ulteriori Dta.

Come afferma il terzo considerando del Regolamento (UE) 2017/2395 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2017, infatti, “L’applicazione dell’IFRS 9 può comportare un aumento significativo e improvviso degli accantonamenti per perdite attese su crediti (nda: e quindi una possibile situazione di perdita fiscale) e, conseguentemente, una diminuzione improvvisa del capitale primario di classe 1 degli enti”.

 

* Gandalf è lo pseudonimo di un banchiere italiano

1.  In generale, l’iscrizione di Dta scaturisce dal computo del reddito imponibile che, in alcuni casi, ripartisce la deduzione di alcuni costi (prevalentemente per accantonamenti di oneri futuri o svalutazione di attività) in più esercizi, ancorché imputati al bilancio di un anno solo. Può inoltre derivare dall’esistenza di perdite fiscali di precedenti esercizi non compensate ancora con gli imponibili di quelli successivi.
Le Dta non sono, pertanto, un credito nei confronti dell’erario, ma una posizione soggettiva che consente di non pagare imposte sugli imponibili futuri fino a che non siano compensati quelli non dedotti in passato. Il loro calcolo deriva dall’aliquota Ires vigente, tempo per tempo, applicata al monte deduzioni ancora disponibile, nell’ipotesi che nei periodi successivi si realizzino redditi imponibili idonei a utilizzarle.

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