Il Principe

Le aspettative dei referendum oggi, i conti da pagare domani

di Leonardo Morlino

Dopo tanto inchiostro versato (come si sarebbe detto una volta), possiamo cercare di capire meglio come mai ci ritroviamo di fronte al risorgere di una domanda di autonomia in Italia, evidenziata dai risultati dei due referendum consultivi tenuti domenica scorsa, e in Spagna con un conflitto assai radicalizzato e apparentemente senza uscita, che si spinge fino alla richiesta di indipendenza della Catalogna.

Facciamo un piccolo passo indietro altrimenti ci sfugge quello che sta avvenendo sia in Italia che in Spagna, pur con tutte le differenze da non dimenticare tra i due paesi (tradizioni culturali diverse in Spagna, assenze delle stesse in Italia). L’inizio di questo XXI secolo vede in Spagna un accomodamento dei conflitti tra centro e periferia sia sfruttando la flessibilità e le opportunità della costituzione, sia attenuando la lunga fase diricorsi al Tribunal Constitucional, sia soprattutto attraverso un accordo sulla distribuzione delle risorse tra Madrid e Catalogna, grazie anche agli aiuti economici dell’Unione.Negli stessi anni in Italia il governo Berlusconi, che governa in coalizione con la Lega Nord, inizia ad approvare dei provvedimenti per un maggiore decentramento, il più importante dei quali è il cosiddetto federalismo fiscale approvato nel 2009. In Italia, inoltre, a differenza della Spagna la domanda di decentramento è sostenuta sia dalla destra che dalla sinistra, anche moderata.

In questo quadro si inserisce dal 2008 in poi la crisi economica, e nel giro di qualche anno sono decise le politiche di austerità richieste dall’Unione europea. Le politiche di decentramento vengono subito congelate oppure su esse si torna nettamente indietro. Questo effetto è netto e molto evidente in tutti i paesi del sud Europa, anche quelli già molto accentrati come la Grecia e il Portogallo. La ragione è evidente: il decentramento per essere effettivamente realizzato richiede più risorse, non meno.

Dunque, queste politiche rimangono dormienti per qualche tempo. Però, appena si esce dal tunnel della crisi economica e a fronte di una protratta, consistente insoddisfazione dei cittadini, la voglia di autonoma viene ripresa da alcune elite politiche locali. Si ritiene così sul piano simbolico e su quello reale di rispondere meglio a quella prolungata insoddisfazione, innescata sia dalla crisi economica che da altri problemi assai rilevanti (immigrazione, trasformazioni industriali, paura del terrorismo). Si tratta di una risposta tipica della politica democratica, che è inutile retorica definire populista.

I politici eletti a livello locale si trovano stretti tra la necessità di rispondere all’esigenze dei cittadini, sacrificate dalla crisi, e la responsabilità nel medio periodo ovvero le decisioni che prendono nell’immediato poi non danneggino gli stessi cittadini. Si pensi, ad esempio, a tutte le conseguenze economicamente negative dell’indipendenza della Catalogna, un paese che non sarebbe probabilmente riconosciuto come indipendente se non dalla Russia e da qualche suo alleato. Oppure se il Veneto avesse tutta l’ulteriore autonomia richiesta avrebbe anche tutte le spese relative con connessi problemi di carenza di risorse. Ovviamente queste elite coltivano l’illusione di potere raggiungere il migliore dei mondi: rilegittimarsi rispetto ai propri elettori-cittadini senza pagarne le spese. Avendo lo sguardo corto, è qualcosa a cui si può anche pensare, ma nel medio periodo l’insoddisfazione rispetto ad ulteriori aspettative create e probabilmente non realizzate sarebbe ancora maggiore. Magari Zaia, Maroni o il catalano Puigdemont possono pensare che quando ci sarà la resa dei conti loro saranno serenamente in pensione. Ma anche se così fosse i cittadini faranno le spese di questo mancato contemperamento tra rispondenza e responsabilità, che rimane un aspetto essenziale di una buona democrazia.

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