27-Jan-2018
DIBATTITO/ AUSTERITY E SPESA PUBBLICA

Il fiscal compact va modificato. Ecco come

Negli ultimi anni gli economisti keynesiani non hanno avuto vita facile, e anche nel saggio di Codogno e Galli sul dilemma se allentare i vincoli del fiscal compact, i keynesiani vengono definiti “naif”, ingenui, con tono un po' irridente. «Cinque anni fa eravamo isolati», ammette Gustavo Piga, ordinario di Economia politica a Tor Vergata, «ora non più: la realtà ci ha dimostrato quanto la massima più celebre di Keynes – nel lungo periodo saremo tutti morti – sia attuale. Perché la cattiva gestione del breve periodo, cioè l'incapacità di saper intervenire nei momenti di crisi per alleggerire le sofferenze delle persone, ha dato spazio alla crescita dei populismi e degli estremismi. Dobbiamo sempre prestare attenzione al breve per salvaguardare il lungo termine a cui tendiamo».

Suona come una critica alla politica di questi ultimi anni.

«È indubbio che il mix delle riforme fatte, più l'austerità, non ha funzionato. Paul Krugman ha notato che l'austerità ha fallito persino nell'obiettivo di ridurre il rapporto debito-Pil!».

Come giudica le promesse della campagna elettorale su questo aspetto?

«In sostanza c'è da un lato la posizione della Lega e dei 5Stelle che dicono “sfondiamo il vincolo del 3 per cento”, da un altro quella di Berlusconi e Renzi che dicono “mai sopra il 3”. Il problema è che anche questa promessa non basta, perché l'Europa vuole arrivare a zero deficit. Quindi la battaglia che l'Italia deve fare è di restare al 3 per cento fino a quando non ci sarà una vera ripresa, non conquistarsi oggi una “piccola flessibilità”. Ma l'Europa non sarà mai disposta a regalare abbondanza fiscale in cambio di nulla».

Cosa possiamo promettere?

«La vera grande riforma è quella della pubblica amministrazione e degli sprechi. Ci darebbe credibilità agli occhi degli altri paesi che ci vedono come il paese che spende e spande, e ci darebbe risorse da utilizzare meglio».

La spending review finora è fallita.

«Sì: per incapacità sul come farla e per complicità, perché gran parte della politica è finanziata dagli sprechi. Ma la partita in corso adesso a livello europeo deciderà le regole per i prossimi cinquant'anni, ed è impensabile pensare di portare a casa qualcosa per l'Italia senza dare in cambio qualche altra cosa».

Il bilancio del fiscal compact previsto dopo cinque anni cade appunto nel 2018. Noi siamo in periodo elettorale, e sembriamo distratti su questo tema, mentre gli altri in Europa si muovono. Cosa rischiamo?

«Sospetto che da noi la tentazione sia lasciar decidere tutto a Francia e Germania. Sarebbe un errore, perché come si è visto le crisi sistemiche in Europa vengono dalla periferia, da Spagna, Grecia, Italia, e se questi partner verranno considerati di serie B crollerà tutto il progetto europeo».

Cosa dovremmo fare?

«L'Italia deve sedersi al tavolo e rappresentare gli interessi nazionali. Il fiscal compact va modificato. La regola che lo Stato non possa intervenire in supporto del settore privato va abolita. E se l'Europa, come credo, è un grande progetto federale ancora valido, e capace di generare benefici, la prima regola è che in una situazione di crisi di un paese l'Europa deve poter venire in aiuto. Perché per tenere insieme anche il più debole è giusto rallentare. Se le riforme hanno bisogno di tempo per realizzarsi, le sofferenze della gente hanno bisogno di risposte immediate».

 


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