Stefano Dell'Atti

Università degli Studi di Foggia

È Professore ordinario (dal 2003) di “Economia degli intermediari finanziari e finanza aziendale” presso il Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Foggia, dove ricopre gli insegnamenti di “Economia degli intermediari finanziari” e di “Strategia e organizzazione degli intermediari finanziari”.

Ha conseguito il Dottorato di ricerca in “Business Administration and Governance” presso l’Università Parthenope di Napoli. E’ membro del Collegio dei docenti del Dottorato di ricerca in “Management e Finanza” presso l’Università degli Studi di Foggia ed è Direttore del Centro Interuniversitario di ricerca (Università degli studi di Foggia e di Bari) “Centro Studi e Analisi sui Confidi” (CeSAC). E’ anche membro dell’Editorial Board di “Rivista Bancaria” e “Banche e Banchieri” ed è stato editor e reviewer per diversi Journals. In 20 anni di carriera accademica, è stato autore (o coautore) di oltre 50 pubblicazioni scientifiche e 5 libri. I suoi maggiori interessi di ricerca sono: creazione di valore e intangibles nelle banche; rischio reputazionale; piccole banche; consorzi di garanzia; efficienza negli intermediari finanziari; regolamentazione e disclosure.

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Banche | 25-Jan-2016 | pdf

L’integrazione, l’ammodernamento e l’efficientamento del sistema del credito cooperativo nazionale sono obiettivi non più rinviabili. Secondo ciò che si percepisce, il risultato del processo di riforma dovrebbe condurre a un modello di gruppo cooperativo paritetico, con una o più capogruppo costituite in forma di S.p.A. (dalle ultime notizie l’orientamento sembra sia quello di costituire un unico gruppo), il cui capitale sia detenuto per almeno un terzo dalle BCC aderenti al gruppo.
In un siffatto modello organizzativo, le BCC aderenti al gruppo sarebbero verosimilmente chiamate a svolgere prevalentemente la funzione distributiva. Questo potrebbe causare la resistenza da parte delle BCC meglio gestite e più dinamiche che possono temere di vedersi limitata l’autonomia gestionale.
E’ evidente quindi come la riforma sia destinata ad avere successo solo se si dimostrerà nel tempo in grado di raggiungere un complesso equilibrio fra modernità e tradizione, efficienza e mutualità oltre che fra sostenibilità sociale e apertura al mercato.
Le potenziali criticità della fase di implementazione della riforma sono state forse sottovalutate e probabilmente si sarebbero potute prevenire con maggiore oculatezza e lungimiranza, coinvolgendo maggiormente le diverse componenti del mondo cooperativo nella genesi del progetto di autoriforma e favorendo, quindi, un clima di condivisione e partecipazione.

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