Il fallimento della politica monetaria e dei modelli di politica economica (PARTE II)

di Paolo Mandarino

La “General theory of employment, interest and money” (1936) di Keynes è ancora ritenuta un “fondamentale” della macroeconomia. Secondo Keynes, le azioni politiche tese a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione sarebbero giustificabili, in particolare, con un incremento della spesa pubblica: tesi ampiamente avversata dalla Scuola austriaca di Frederick Von Hayek che avanzava il principio del sostegno all’offerta di beni e servizi strumentali tramite un maggiorerisparmio.

Lo scontro tra le due scuole non si è mai sopito, tanto è vero che le rispettive teorie sono tornate in auge più volte nelle politiche degli ultimi cinquant'anni e, in particolare nella crisi che sta pervadendo l’Eurozona.

Le visioni di Hayek hanno oltrepassato gli ordinari modelli di macroeconomia, sconfinando nel versante della politica delle banche centrali. Con il saggio “The Denationalization of Money: An Aalysis of the Theory and Pratice of Concurrent Currencies” (1976) Hayek mostra i vantaggi della libera concorrenza tra le monete europee, sia statali che (eventualmente) private, asserendo come detta concorrenza rende stabili le stesse, riducendo l’inflazione. Il percorso motivazionale di Hayek fu intrapreso successivamente (ultra, Lawrence White e Gordon Tullock) giungendo ad avanzare dubbi sulla “moneta unica”, non essendovi ragione di credere che la Banca Centrale Europea sia un’istituzione più efficace rispetto alle singole banche nazionali le quali, debitamente sorvegliate dallo Stato, godrebbero di maggiore sensibilità nella gestione della moneta e del tasso di interesse, corrispondenti alle esigenze di un mercato più limitato (quello domestico).

Parallelamente, la “trappola della liquidità” che pervade da tempo l’Eurozonaè un fenomeno di cui già Keynes aveva reso noti sintomi e cause, mentre il modello dell’“austerità”, studiato attraverso metodi econometrici, si è mostrato, già in molti Paesi, nei suoi effetti perversi (acuirsi delle disuguaglianze sociali, incremento della disoccupazione, crollo dei prezzi, riduzione dei consumi, recessione).

Gli economisti accademici hanno giocato un ruolo importante nel causare la crisi, mediante la promulgazione di modelli eccessivamente semplificati, distorti, trascurando, nei loro algoritmi, variabili sostanziali significative.

Nonostante la scienza economica arrivi nella metà del XX Secolo ad una formulazione della teoria dell’equilibrio economico, mediante ricorso a complessi metodi matematici, malauguratamente il percorso utile al raggiungimento di un teorema così ambizioso ha mancato di considerare i fattori influenzanti le scelte razionali o irrazionali degli individui, condizionando le teorie che apparivano ormai consolidate.

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