Marco Tofanelli
Regolazione | 03-Feb-2016 | pdf

Secondo alcune ricostruzioni, dalla MiFID deriverebbe la possibilità che l’attività di consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede dovrebbe potersi svolgere, oltre che individualmente, anche in forma societaria. In Italia, la necessità che il consulente finanziario sia una persona fisica è un momento imprescindibile della riserva all’esercizio dell’attività di offerta fuori sede, che rappresenta un vantaggio competitivo che permette solo ad alcuni soggetti di promuovere e collocare prodotti e servizi al domicilio dell’investitore. Chi richiama la disciplina del tied agent dimentica che la complessiva disciplina italiana dell’offerta fuori sede si atteggia chiaramente quale disciplina dell’attività e non del soggetto, applicandosi alla persona che va fuori sede per conto dell’intermediario, a prescindere dalla sua qualifica di agente o di dipendente (potendo addirittura essere un mandatario). La MiFID disciplina l’agente, non l’attività; non incide in alcun modo sullo statuto normativo del dipendente; non menziona mai l’attività di offerta fuori sede, se non per escluderla dal proprio ambito applicativo, rimettendone così la disciplina alle autonome valutazioni dei singoli legislatori nazionali.

Raffaele Lener
Regolazione | 02-Feb-2016 | pdf

La direttiva sul risanamento e sulla risoluzione delle banche (BRRD) ha, fra l’altro, introdotto nel nostro ordinamento il nuovo istituto del bail-in.
E’ istituto talmente nuovo per il nostro ordinamento che il legislatore neppure ha provato a darne una traduzione italiana, lasciando l’oscuro nome inglese (si sono comportati in modo analogo, peraltro, molti dei legislatori europei).
Si tratta, come ben sappiamo, di uno degli strumenti a disposizione dell’Autorità per la gestione della risoluzione della banca in crisi, della quale si propone di ripristinare, per come possibile, l’equilibrio di bilancio, attraverso la svalutazione e/o la conversione in capitale delle passività.
L’istituto si pone, dunque, quale misura alternativa – se pur con i limiti che vedremo – al salvataggio delle banche con risorse pubbliche (bail-out), da ora in poi teoricamente non più possibile. Nel nuovo mondo, infatti, le perdite dell’azienda di credito sono destinate a gravare in primis su chi ha investito nel capitale di rischio (azionisti) e in secundis su chi la banca ha finanziato (creditori, gravati secondo un ordine affatto particolare previsto dalle norme comunitarie).
La scelta è compiuta, oramai, e davvero non ha senso cercare tardivamente di rimetterla in discussione, dimenticando che il nostro paese ha concorso all’approvazione della nuova disciplina.
Ciò detto, non possiamo però ignorare che il bail-in, per come è stato disegnato, pone delicati problemi di sistema ove inserito dall’alto nel nostro ordinamento, derivanti probabilmente da una formulazione affrettata delle norme, aggravata dall’uso di una terminologia tecnica non rigorosa, a volte divergente rispetto al significato tradizionalmente attribuito a determinati concetti (conversione, svalutazione, irregolarità, risoluzione …).
Nonostante l’istituto sia basato sul principio della depositors protection, la sua oscurità e “imprevedibilità” nella gestione da parte delle (diverse) autorità preposte può creare preoccupazione fra i depositanti e i creditori della banca. E ciò è assai pericoloso per un’impresa, come quella bancaria, che si basa proprio sul rapporto di fiducia con i clienti.

Alfonso Parziale
Banche | 01-Feb-2016 | pdf

Italia ed Unione Europea hanno trovato un accordo per la gestione dei non-performing loans. Una notizia buona, anzi ottima, che probabilmente affronta una delle questioni di maggior rilievo emerse negli ultimi anni e dovrebbe aiutare le banche nostrane nel processo di “pulizia” dei propri bilanci. Lo Stato sosterrà le banche a condizioni di mercato assumendo, questa volta, un ruolo di “supplente” del settore privato.

Vincenzo Pacelli
Banche | 25-Jan-2016 | pdf

Il sistema nazionale del credito cooperativo sta vivendo un periodo di particolare criticità che rischia di minarne le fondamenta. Da un lato, infatti, le banche di credito cooperativo hanno risentito della lunga fase congiunturale negativa che ha segnato profondamente il tessuto produttivo locale. Dall’altro, le BCC competono in un contesto divenuto sempre più competitivo, confrontandosi con un framework normativo e di vigilanza sempre più rigoroso e sovranazionale.
In questo quadro si inserisce la riforma in via di definizione, che nasce sia da pressioni esterne che da criticità interne al sistema del credito cooperativo, e che mira a renderlo effettivamente più moderno, efficiente, solido e integrato.
Gli obiettivi della riforma richiedono modifiche normative e soluzioni organizzative originali ed efficaci, che lascino il necessario spazio di autodeterminazione al sistema del credito cooperativo, coinvolgendone le diverse componenti e favorendo un clima di condivisione e partecipazione.
Il successo di questa riforma non dipenderà esclusivamente da come sarà accolta ed applicata dal sistema del credito cooperativo, ma anche dalle necessarie azioni di accompagnamento che il Governo e le Autorità di vigilanza dovranno adottare.

Stefano Dell'Atti
Banche | 25-Jan-2016 | pdf

L’integrazione, l’ammodernamento e l’efficientamento del sistema del credito cooperativo nazionale sono obiettivi non più rinviabili. Secondo ciò che si percepisce, il risultato del processo di riforma dovrebbe condurre a un modello di gruppo cooperativo paritetico, con una o più capogruppo costituite in forma di S.p.A. (dalle ultime notizie l’orientamento sembra sia quello di costituire un unico gruppo), il cui capitale sia detenuto per almeno un terzo dalle BCC aderenti al gruppo.
In un siffatto modello organizzativo, le BCC aderenti al gruppo sarebbero verosimilmente chiamate a svolgere prevalentemente la funzione distributiva. Questo potrebbe causare la resistenza da parte delle BCC meglio gestite e più dinamiche che possono temere di vedersi limitata l’autonomia gestionale.
E’ evidente quindi come la riforma sia destinata ad avere successo solo se si dimostrerà nel tempo in grado di raggiungere un complesso equilibrio fra modernità e tradizione, efficienza e mutualità oltre che fra sostenibilità sociale e apertura al mercato.
Le potenziali criticità della fase di implementazione della riforma sono state forse sottovalutate e probabilmente si sarebbero potute prevenire con maggiore oculatezza e lungimiranza, coinvolgendo maggiormente le diverse componenti del mondo cooperativo nella genesi del progetto di autoriforma e favorendo, quindi, un clima di condivisione e partecipazione.

Silvano Carletti
Banche | 19-Jan-2016 | pdf

Un recente rapporto dell’EBA ha messo in evidenza un complessivo miglioramento del sistema bancario europeo, che ha raggiunto un assetto più solido ed equilibrato.
In 11 paesi (tra essi, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna, Germania) le nuove risorse patrimoniali avrebbero superato quelle necessarie al semplice adeguamento dei coefficienti patrimoniali, lasciando spazio ad un aumento delle attività. Non mancano però paesi (tra essi, Austria, Belgio, Irlanda, Svezia e Ungheria e, anche se con un’intensità molto limitata, Francia e Italia) in cui al rafforzamento patrimoniale ha contribuito significativamente la contrazione dell’attività.
I rilevanti progressi realizzati sul piano patrimoniale autorizzano un prudente ottimismo sulle prospettive del sistema bancario europeo. Non sono poche, però, le zone d’ombra, tra l’effetto negativo sui margini bancari della discesa in territorio negativo di larga parte dei rendimenti finanziari.

Sergio Lugaresi
Banche | 05-Jan-2016 | pdf

Per la gestione delle crisi bancarie la Bank Recovery and Resolution Directory (BRRD) ha introdotto un sistema di ripartizione delle perdite tra azionisti e creditori in modo da ridurre i rischi per i contribuenti (il cosiddetto bail-in).
Il bail-in è strettamente legato al Resolution Planning. Una volta che l’autorità di supervisione (nell’Unione Bancaria la BCE) abbia dichiarato lo stato di crisi irreversibile di una banca, l’autorità di risoluzione propone un Piano di Risoluzione (PR) sulla base di un Piano già predisposto in base a criteri generali stabiliti nella BRRD. Il Piano di Risoluzione deve essere approvato dalla Commissione Europea entro 24 ore. L’idea sottostante è che l’autorità di risoluzione, sulla base del PR e con gli strumenti a disposizione (soprattutto il bail-in), possa risolvere la banca nel giro di un week-end (quando i mercati sono chiusi).
Questi strumenti manifesteranno la propria efficacia anche quando verranno messi alla prova di una vera crisi bancaria sistemica?

Vittorio Mirra
Giurisprudenza | 14-Dec-2015 | pdf

La valutazione del rischio da parte degli operatori finanziari costituisce una problematica giuridica per gli obblighi informativi nei confronti degli investitori. La sentenza della Corte d’Appello di Torino (10 giugno 2014), con riferimento alla vicenda relativa al fallimento Lehman Brothers, ha stabilito che l’obbligo di monitorare in via periodica e continuativa i mutamenti di rischiosità dei titoli detenuti dai propri clienti in capo all’intermediario è insussistente da un punto di vista regolamentare e non possa essere ricondotto neanche a violazioni dell’obbligo di eseguire in buona fede le disposizioni contrattualmente previste.

Alfonso Parziale
Giurisprudenza | 10-Dec-2015 | pdf

Il Tribunale di Milano accoglie l’istanza di sospensione presentata, ai sensi dell’art. 182-bis, comma 6, l.fall., da una SGR, “in qualità di Società di Gestione del Fondo Comune di Investimento immobiliare di tipo chiuso” che presenta una situazione di “crisi”.
Così facendo, il collegio milanese presuppone che una società di gestione del risparmio possa accedere ad una procedura di composizione negoziale della crisi e ritiene ammissibile che la procedura di composizione non abbia ad oggetto l’indebitamento direttamente contratto dalla SGR, bensì quello proprio del fondo comune di investimento che, a seguire l’indicazione giurisprudenziale oggi maggioritaria, non è dotato di una propria autonoma soggettività.
La decisione “rivoluzionaria” del Tribunale milanese merita però di essere valutata con particolare scrupolo.

Carloalberto Giusti
Regolazione | 07-Dec-2015 | pdf

Il capitale sociale, e in particolare la sua misura, sono stati oggetto negli ultimi anni di profonde modifiche.
In particolare, esse hanno riguardato sia l’introduzione di nuovi modelli di s.r.l., con agevolazioni ed esenzioni in fase di costituzione, sia il capitale sociale, con l’introduzione di varianti con capitale minimo pari a 1 €.
L’introduzione di modelli con un livello di patrimonializzazione, almeno iniziale, così basso potrebbe far pensare a un declino della disciplina del capitale sociale.
In realtà, seppur con riferimento al nostro ordinamento, il capitale sociale conserva una certa importanza. Questo è dimostrato dalla necessità, in caso di costituzione di una s.r.l. ordinaria con capitale sociale inferiore a 10.000 €, dell’apposizione a riserva legale di un quinto degli utili netti risultanti dal bilancio regolarmente approvato fino a che tale riserva non abbia raggiunto, unitamente al capitale in precedenza versato, l’ammontare di 10.000 €.
Quanto detto sottolinea come, da un lato, si voglia agevolare l’imprenditorialità tramite l’accesso a forme societarie a basso costo e, dall’altro, non si consenta a tali società di rimanere sottocapitalizzate troppo a lungo.

Fabio Colavecchi
Regolazione | 05-Dec-2015 | pdf

La Camera di Conciliazione ed Arbitrato, quale meccanismo di risoluzione stragiudiziale delle controversie di natura facilitativo-consensuale e ad adesione libera, è stata introdotta per ripristinare la fiducia degli investitori, prospettando loro la possibilità di risolvere eventuali controversie senza dover necessariamente fronteggiare i costi e la tempistica di un’azione giudiziaria. Detto Organismo, pur essendo stato sottoposto a numerose riforme, non è riuscito a soddisfare appieno le aspettative che ne avevano accompagnato l’istituzione. Di conseguenza, il legislatore ne sta disponendo la sostituzione con un organismo di natura decisoria e ad adesione obbligatoria. Tale intervento è stato posto in essere senza attendere la stesura della normativa di recepimento della Direttiva MiFID 2 al fine di assicurare quanto prima un servizio di risoluzione stragiudiziale gratuito per gli investitori. Per rispondere a tale ultima esigenza, è stato attuato un intervento disorganico che, pur avendo permesso di anticipare una riforma che l’esperienza aveva mostrato essere necessaria, non esaurisce il novero degli interventi legislativi che dovranno essere adottati. È di tutta evidenza, infatti, la necessità di adottare ulteriori disposizioni normative ove si consideri l’opportunità di ricondurre tutte le disposizioni introdotte all’interno di un unico plesso normativo che potrebbe essere il d.lgs. n. 58/1998 al cui interno ancora rimane in vigore l’art. 32 – ter una delle norme a fondamento della Camera ormai soppressa.

Edoardo Rulli
Regolazione | 02-Dec-2015 | pdf

Il percorso italiano verso la risoluzione bancaria ha conosciuto un’importante accelerazione negli ultimi giorni. Il 18 novembre 2015 è stato istituito un Fondo Nazionale di Risoluzione alimentato con contributi versati dalle banche. Che rapporti intercorrono tra il nuovo Fondo Nazionale di Risoluzione e l’istituendo Single Resolution Fund:? Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ha un ruolo nella risoluzione?

Silvano Carletti
Politica Economica | 02-Dec-2015 | pdf

Nei suoi primi cinque appuntamenti (l’ultimo a fine settembre 2015) il Targeted Longer-Term Refinancing Operations: (TLTRO) ha messo a disposizione del sistema bancario europeo 400 miliardi di euro, dei quali 111 miliardi affluiti alle banche italiane. L’ammontare di risorse aggiuntive effettivamente immesso nel circuito bancario è tuttavia inferiore a questi due importi poiché una parte dei nuovi fondi è servita a rimborsare precedenti finanziamenti della Bce. Da parte sua, il Quantitative Easing:, arrivato all’ottavo mese, ha prodotto evidenti riflessi per le attività economiche, indebolendo il rapporto di cambio dell’euro e spingendo al ribasso l’intera struttura dei rendimenti finanziari.
Uno degli aspetti su cui è opportuno concentrarsi riguarda l’impatto degli interventi espansivi della Bce sul finanziamento delle imprese italiane, con riferimento non solo al circuito bancario ma anche a quello extra-bancario.

Giuseppe Maria Pignataro
Politica Economica | 18-Nov-2015 | pdf

L’idea in base alla quale la riduzione della spesa pubblica volta ad abbassare la pressione fiscale sia la via obbligata da percorrere in un periodo di crisi continua ad essere al centro dei dibattiti di politica economica in Italia.
Tuttavia, le analisi sui livelli di spesa in Europa dicono che il Paese non ha una spesa primaria in rapporto al PIL elevata. In particolare, la spesa pro-capite primaria dell’Italia è notevolmente più bassa di quella della Francia, della Germania e del Regno Unito.
Le regole fissate dal Patto di Stabilità Interno e la riduzione progressiva dei trasferimenti dallo Stato agli enti territoriali ed ai ministeri hanno provocato effetti largamente disfunzionali e degenerativi, riducendo le risorse disponibili per la spesa e non generando un effettivo ridimensionamento del fabbisogno di spesa.

Franco Cavallari
Politica Economica | 18-Nov-2015 | pdf

Può l’imposizione sui redditi con un'aliquota unica molto bassa costituire uno strumento per la ripresa economica? Per il Prof. Rabushka pare proprio di sì. Gli italiani sono per questo retrogradi, ancora legati ad una imposizione fiscale progressiva, ignorando le caratteristiche virtuose della “tassa piatta”.
Ma se i sostenitori della “flat tax” ricordano, a più riprese, gli ottimi risultati conseguiti dai circa 40 Paesi che hanno utilizzato questa modalità impositiva, occorre anche considerare che il successo di queste esperienze, peraltro non proprio così evidente, ha riguardato realtà economiche (Estonia, Lituania, Lettonia, Russia, Paraguay, Serbia, ecc.) molto diverse da quella italiana.
In Italia, infatti, l'introduzione di un'imposta sul reddito ad aliquota unica porrebbe rilevanti problemi, sia in materia di gettito, sia dal punto di vista dell'equità fiscale, mentre i benefici economici sono null'altro che una pericolosa chimera propagandistica.

Alessandra Protani
Regolazione | 09-Nov-2015 | pdf

Il carattere usurario dei contratti derivati potrebbe costituire un fronte di nuovo contenzioso tra enti locali o imprese e banche in quanto ci potrebbero essere problemi di validità dei contratti stipulati in questi anni sui derivati.
La dottrina oggi è impegnata a capire se, dietro un derivato costruito e negoziato da una banca, possano celarsi i costi causati dal rischio di credito dato che in virtù degli artt. 115 ss. TUB una “operazione di finanziamento” bancario deve esplicitare “il tasso d’interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati, inclusi (…) gli eventuali maggiori oneri in caso di mora” e “sono nulle e si considerano non apposte le clausole contrattuali di rinvio agli usi per la determinazione dei tassi di interesse e di ogni altro prezzo e condizione praticati”.
Per rispondere al quesito, è necessario comprendere se e come i contratti derivati possano interferire con i principi dell’usura e con le norme inerenti la determinazione del relativo tasso.
La questione, in verità, si inserisce inevitabilmente nel dibattito sulle componenti che costituiscono il TEG trimestralmente rilevato. Componenti che ad oggi sono state oggetto di opinioni diverse.

Massimo Paolo Gentili, Orietta Nava
Regolazione | 09-Nov-2015 | pdf

Negli ultimi anni, per effetto delle innovazioni tecnologiche, il settore finanziario è stato interessato da grandi trasformazioni di scenario con l’ingresso nel mercato di nuovi attori.
In questo contesto, la competitività degli intermediari capaci di adattarsi ai repentini cambiamenti del mercato, passa attraverso il ruolo strategicamente rilevante della governance. Un buon sistema di governo societario ed efficaci assetti organizzativi costituiscono una condizione essenziale per il perseguimento degli obiettivi aziendali.
In particolare, l’attenzione è posta sulla figura del Consigliere indipendente, un soggetto esperto, dinamico e slegato dalla gestione vera e propria della società, che partecipa allo sviluppo delle strategie.
Tuttavia, occorre definire meglio i ruoli e i compiti da assegnare a questa figura laddove si tratta di un istituto che, non avendo dei veri e propri fondamenti nel nostro ordinamento societario, in quanto di derivazione anglosassone, non è contemplato dal Codice Civile nazionale.

Giorgio Di Giorgio
Politica Economica | 05-Nov-2015 | pdf

Gli interventi di politica economica moderatamente espansivi messi in atto nel 2015 hanno segnato il ritorno ad un favorevole contesto macroeconomico.
Tuttavia, al di là dell’entusiasmo che ha rianimato la fiducia di imprese e consumatori e della rinnovata vitalità con cui gli investitori esteri sono tornati a guardare all’Italia, il paese permane in una situazione di pericolosa fragilità finanziaria dovuta al pesante livello di indebitamento.
Sebbene la “crisi da debito” sia alle spalle, occorre agire a fianco della BCE con un aggiustamento fiscale determinato e duraturo.

Alfonso Parziale, Federico Stoppello
Regolazione | 03-Nov-2015 | pdf

Recenti riforme hanno autorizzato alcune categorie di fondi di investimento ad erogare finanziamenti: il quadro normativo non agevole da ricostruire e alcune incertezze sul trattamento dei fondi comuni costituiti all’estero rischiano però di depotenziare un’iniziativa lodevole per superare l’attuale fase di crisi economica.

Giuseppe Maria Pignataro
Politica Economica | 03-Nov-2015 | pdf

Nei programmi del governo (Legge di Stabilità e DEF), per fare scendere il debito fino al 119,8%, l’Italia deve produrre un avanzo primario per il quadriennio 2016-2019 da un livello del 2% fino al 4,3% nel 2019. Si tratta di risultati che nessun paese europeo dal 1995 ad oggi ha mai registrato e di uno sforzo che impedirà di spendere fino a 70 miliardi di entrate di bilancio, anche se destinate ad investimenti produttivi.
Posto che lo sviluppo di un paese dipende da tre fattori basici: l’innovazione, la produttività e la demografia, e che, senza uno sviluppo di spessore, non esiste la possibilità di generare flussi tendenzialmente crescenti di entrate utili ad alimentare un circolo espansivo virtuoso, allora gli alti avanzi primari, soprattutto in fasi di bassa crescita mondiale, bassa inflazione e bassi tassi di incremento del debito privato, non sono compatibili con i livelli di sviluppo di cui l’Italia ha bisogno.
Tuttavia, poiché la riduzione del peso del debito pubblico e degli oneri che produce è un obiettivo da perseguire, per ragioni di vulnerabilità della situazione attuale, di aumento dell’efficacia della politica fiscale e come strumento di stabilizzazione e di eliminazione dei fenomeni di spiazzamento degli operatori privati, diventa necessario individuare una strategia, alternativa a quella attualmente perseguita, che consenta a chi governa di attuare una politica fiscale fortemente e strutturalmente espansiva, operando comunque nel quadro dei vincoli europei.

Giuseppe Leonardo Carriero
Regolazione | 29-Oct-2015 | pdf

A un quarto di secolo dall'abrogazione della legge bancaria del ’36, la disciplina finanziaria in Italia è dettata da una pluralità di emittenti, pubblici e privati, nazionali ed europei. Al pluralismo delle fonti si accompagna un continuo, magmatico, impetuoso mutamento delle leggi che governano il mercato finanziario, che incide negativamente sulla stabilità della legge, precondizione della sua effettività.
L’osservanza diffusa e durevole delle regole di condotta preserva la legge dalla desuetudine e consente alle stesse autorità di supervisione di perseguire, con l’autorevolezza che deriva dall’agire in una cornice normativa nota, certa e condivisa, gli obiettivi della vigilanza. La normazione secondaria può provvedere all’ammodernamento della disciplina regolamentare per seguire i cambiamenti della sottostante realtà economica solo se la norma primaria è caratterizzata da un elevato tasso di conoscibilità, di accessibilità e di stabilità. I recenti sviluppi della regolamentazione nazionale ed europea procedono nell’opposta direzione del labirinto normativo, per il tramite di una opaca (ri)allocazione di funzioni e di una oscura semantica giuridica.